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NEWS 2 settembre 2016    
E L’Osservatore Romano omaggia Simone de Beauvoir, iniziatrice della teoria del gender

Dal discorso di Benedetto XVI alla Curia romana per gli auguri di Natale, 21 dicembre 2012

«Il Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio, giunge ad una dimensione ancora più profonda. Se finora avevamo visto come causa della crisi della famiglia un fraintendimento dell’essenza della libertà umana, ora diventa chiaro che qui è in gioco la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini. Egli cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, lo si diventa” (“On ne naît pas femme, on le devient”). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma “gender”, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi».

 

Dall'inserto de L'Osservatore Romano “Donne Chiesa Mondo”, di Claudia Mancina

Donna non si nasce, si diventa. Questa semplice frase riassume l’esplosivo contenuto del capolavoro di Simone de Beauvoir, uscito con grande scandalo nel 1949 (e inserito nel 1956 nell’Indice dei libri proibiti). Essere donna non è un fatto naturale, non si spiega con la biologia né con la psicoanalisi. È un fatto culturale, il risultato dell’azione di processi di costruzione simbolica che sono all’origine della storia umana.

Le donne che oggi hanno acquistato i diritti di una formale eguaglianza si trovano, secondo la scrittrice francese, di fronte all’immane compito di scoprire chi sono. Nessuna donna infatti può pretendere di porsi al di là del proprio sesso: nemmeno una donna privilegiata come lei, che non ha sperimentato direttamente la discriminazione. Ciò a cui nessuna donna può sfuggire è la domanda su che cosa significa essere una donna.

L’identità femminile è qualcosa di estraneo, costruita dallo sguardo dell’uomo. La donna non è se stessa ma l’atro dell’uomo, il suo oggetto. Il rapporto tra i due sessi non è un rapporto di reciproco riconoscimento, nel quale le due coscienze si relativizzano a vicenda. Perciò la donna non è altro che il secondo sesso: tra i sessi c’è una gerarchia. L’uomo costruisce la sua libertà nel rapporto con l’altro che è la donna; la donna non costruisce la sua libertà perché non pone l’uomo come suo altro e non riesce a uscire dalla sua posizione di oggetto. Resta impigliata nella biologia, preda della specie e perciò preda delle costruzioni culturali sull’essenza del femminile.

Se ci chiediamo, a distanza di più di sessant’anni, quale sia il lascito della filosofa al femminismo novecentesco, non possiamo non rilevare il carattere seminale del suo pensiero. La negazione della base biologica dell’essere donna, anche se declinata in modi diversi, è maggioritaria nel femminismo, così come la individuazione dei caratteri attribuiti alla donna dal pensiero maschile. Per questo aspetto possiamo vedere nel suo approccio un primo esempio di decostruzione dell’identità. Ma la ragione principale dell’interesse del Secondo sesso oggi sta proprio nell’impianto filosofico di origine esistenzialista, e quindi nel suo mettere al centro la questione della libertà. La libertà è il tema su cui convergono femminismi anche molto diversi tra loro, ed è proprio intesa come l’ha intesa Simone de Beauvoir: non come somma di diritti o di opportunità, ma come un liberamente, originariamente definire il proprio stare nel mondo da sé, sulla propria base. In lei questa intuizione prende i colori della filosofia sartriana.

Questo approccio appare lontano dalla più recente sensibilità della ricerca femminista ai temi della cura e delle relazioni. Ma la tensione etica verso la riappropriazione di un senso universale dell’essere donna come essere umano che deve conquistare la sua posizione indipendente nel mitsein, nell’essere insieme, fa della filosofa una non dimenticabile madre del femminismo.

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