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È morto Giorgio Torelli, cattolico giornalista che dissetava i lettori
NEWS 12 Aprile 2023    di Samuele Pinna

È morto Giorgio Torelli, cattolico giornalista che dissetava i lettori

Pubblichiamo di seguito l’omelia che don Samuele Pinna ha pronunciato ieri in occasione delle esequie del giornalista Giorgio Torelli (foto in alto), mancato improvvisamente giovedì scorso, che era anche giovedì santo, a 95 anni. Grande firma del giornalismo italiano, scrittore, Torelli è stato tra i fondatori de Il Giornale di Indro Montanelli, successivamente tenne rubriche come opinionista sui quotidiani Avvenire e Il Giorno. Dal 2012 scriveva abitualmente sulla Gazzetta di Parma. Qualche articolo, negli anni, l’ha scritto anche per noi del Timone. A Dio caro Giorgio, riposa in pace (La redazione).

Non lo pensavo possibile, era quasi inimmaginabile che potesse accadere, soprattutto così all’improvviso, e invece il Giovedì Santo, mentre celebravo l’inizio delle cerimonie del Sacro Triduo con la Santa Messa in Coena Domini, mi ha raggiunto la notizia della dipartita del caro amico Giorgio Torelli.

Non nego il profondo smarrimento: sono quegli accadimenti che scombussolano l’intimo più recondito perché inaspettati. Non ti figuri, infatti, che possano accadere, quasi che certuni non abbiano il diritto di lasciarci per approdare alla terra della promessa. Persone come Giorgio le consideri immortali, tanto più che l’avevo incontrato con i miei genitori, Teresa e Francesco, il sabato prima e ci eravamo sentiti il lunedì della Settimana Santa a motivo del suo ultimo articolo per la Gazzetta di Parma, pubblicato postumo e a cui anch’io ho celatamente partecipato.

Ricordo che la conversazione era ben lontana dall’interrompersi, con i minuti che passavano veloci, perché tra noi c’è sempre stato quel desiderio di confidarsi che ci ha contagiati fin dall’avvio del nostro reciproco conoscersi. Giorgio, attento scrutatore della realtà, avvertì che avevo del lavoro urgente, eppure a congedarci fu la linea che cadde improvvisa. Richiamai, non volevo accomiatarmi in quel modo. Giorgio ne fu sorpreso, quasi imbarazzato, perché non voleva essere d’impiccio nelle mie faccende pastorali, ma fu insieme grato e me lo disse. Del resto, queste gentilezze le ho imparate da lui, che ogni volta, quale atto ovvio di cortesia, mi accompagnava all’ascensore prima dell’ultimo saluto sull’uscio di casa. Nessuna formalità, ma sostanza di un uomo che per tutta la vita ha cercato il bene laddove si mettesse in mostra o, magari, solo s’intravvedesse nascosto dal marasma di un resto poco significativo.

È inutile ridirsi chi è stato professionalmente Giorgio. Senza ripensamenti, ribadisco quanto già scritto altrove: Oggi, in nessuna colonna di qualsivoglia giornale, si leggono articoli al pari dei suoi: la prosa è unica, la lingua italiana è esaltata così come la sua capacità di giocare con i termini in grado di stendersi in figurazioni delicate e potenti insieme. Nessuno strafalcione, nessun refuso […], nessun ragionamento veloce destinato a esaurirsi presto o a lasciar traccia solo per qualche istante «da che fu letto». Giorgio Torelli promana la calma e la serenità del sapiente che orchestra lemmi e concetti: artigiano del testo battuto prima a macchina da scrivere, poi corretto a mano e infine fissato sul virtuale di un computer, non è mai «difficile» da intendersi. Anzi, apre a un bello che convoca il bene e indica il vero. Ecco perché Torelli è giornalista a modo suo: «Giorgino – diceva di lui Indro Montanelli – ci porta buone notizie».

Sappiamo bene come definiva la sua professione: «Ritengo che fare il giornalista sia un privilegio. Ma che farlo bene sia anche un obbligo. La linea che mi sono assegnato io è quella di offrire, nel contesto eccitato del giornale, un bicchier d’acqua. Lo sappiamo tutti come affatica la società, come travaglia, come suda. Il proposito è che tu, caro lettore, possa prendere fiato. Ti racconto apposta una storia che ti disseti. E questo diventa controgiornalismo, visto che le buone notizie non sono contemplate come notizie. Bisogna invece andare alla ricerca di persone che, in questo specchio deformante, dove si fa a gara nel rincorrere il peggio, diventino storie così belle da far dire a chi legge: finché c’è gente così possiamo sperare».

Si dice di lui che sia stato un giornalista cattolico. Non è una definizione sbagliata, sebbene – va precisato – Giorgio sia stato un cattolico che ha esercitato la professione di giornalista. Direi di più: di scrittore. E, oltretutto, con spirito libero, dove – secondo un acuto giudizio di Étienne Gilson – «questa libertà non consiste certo nel non avere né Dio né padrone, ma piuttosto nel non avere altro padrone che Dio, il quale affranca da tutti gli altri padroni. Perché Dio è la sola protezione dell’uomo contro le tirannie dell’uomo».

Il libro della Sapienza avverte a un certo punto che le anime dei giusti sono nelle mani di Dio: non ho la presunzione di asserire che Giorgio sia già nel Regno dei Cieli, perché solo l’Altissimo può decretare il giudizio su un suo figlio. Tuttavia, sono certo che sia stato un giusto, nel senso evangelico del termine. La saggezza dei miei genitori ha, quindi, risolto ogni mio arrovellarmi mediante una semplice battuta: “Se non è in Paradiso lui…”. E me lo vedo in compagnia dei Santi che ha conosciuto sulla nostra polverosa terra e, in particolare, dialogare con il Venerabile Marcello Candia, sovente presente nel suo soggiorno di casa su una delle due caratteristiche poltrone rosse di pelle.

La parola di Dio consente, inoltre, di intuire il motivo per cui soltanto per gli insipienti – che non oltrepassano la cortina ingannatrice dell’apparenza – il giusto muore: “Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, / nessun tormento le toccherà. / Agli occhi degli stolti parve che morissero; / la loro fine fu ritenuta una sciagura, / la loro dipartita da noi una rovina, / ma essi sono nella pace”.

Questa pace si origina, cresce e si compie nell’incontro con il Risorto: ecco che il brano del Vangelo della Domenica di Pasqua ambrosiana pone in luce plasticamente anche il cammino spirituale di Giorgio, figlio per adozione della Chiesa milanese.

Come Maria di Magdala ha provato il dolore davanti al sepolcro: la sofferenza per la perdita dei suoi cari e di tanti amici, oltre a osservare la miseria di quei poveri, tali per mancanza di beni o per abbondanza di ferite interiori, che ha incontrato trasvolando il globo intero per i suoi servizi da cronista sui generis.

Dinanzi alla levatura della pagina giovannea, egli, da buon parmigiano che parlava anche e volentieri in dialetto (tenendo conto che – come diceva – se vuoi parlare a colori, devi parlare in dialetto; se vuoi parlare in bianco e nero, parli in italiano), non si privava di un efficace umorismo che si dispiegava davanti a ogni cosa.

Quando, per esempio, abbiamo concluso il nostro libro intitolato Cacciatore di buone nuove. Giorgio Torelli, giornalista a modo suo ironizzava chiedendosi se fosse riuscito a vederlo stampato. Sdrammatizzava allora, sebbene meditasse gravemente sul mistero della morte: dal ricordo dei suoi amati genitori, Siorgino e Sioralinda, a quello di sua figlia Alessandra.

Ultimamente, però, si era fatto serio, interrogandosi e domandando anche a me sul tema della vita eterna. Non a caso nel congedo del nostro libro ha scritto: «Ho collezionato e messo in parole vite d’ogni risalto. Sono stati sessant’anni di scrittura, tuttora in corso d’opera, sovrastata da un pensiero dominante. Questo: che ogni mio aver scantonato possa essere abbuonato da quel che più spesso invoco come continuo involucro dei pensieri: la debordante, paterna misericordia di Dio, senza la quale – credo – solo rarissimi passaporti per la nuova dimensione potranno essere vidimati».

Eppure come la donna al sepolcro anche lui ha potuto sentire la voce del Rabbunì che echeggiava nel suo animo: Chi cerchi?

Giorgio ha cercato e ricercato con minuziosa attenzione l’intera compagnia dei personaggi evangelici, perché sosteneva ci sono ancora tutti, anche nell’odierno panorama: gli apostoli, i martiri, i profeti, le pie donne… Ci sono questi e quelli, tutti, l’intera comitiva. Naturalmente, però, non hanno ufficio stampa, non hanno pubbliche relazioni e non sanno di esserlo. E qui sempre citava la battuta della zia di Carlina, sua moglie adorata e ragione di vita fino all’ultimo: i funghi non hanno mica il campanellino!

Maria di Magdala ha avuto il privilegio dell’incontro così da poter annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!».

Giorgio ha tentato di fare lo stesso: ha vissuto un’esistenza davvero vòlta a ricercare “buone nuove”, rifiutando di soffermarsi su un fatto di cronaca pruriginoso ed effimero (il che vuol dire sensazionale solo per qualche giorno e destinato presto all’oblio), descrivendo con stile accattivante autentiche testimonianze di un amore incarnato, scuotendo e suggerendo: «Vedi che è possibile!». Ecco, in sintesi estrema, cosa egli ha proclamato con la sua penna e il suo discorrere: è possibile amare il bello laddove si posa, fare il bene fraternamente e scegliere la via della verità!

Una fede sincera, granitica, testimoniata senza vergogna né complessi d’inferiorità, come quando era intruppato nel laico quotidiano Il Giornale di cui fu il cofondatore. Non a caso, Indro Montanelli gli affidò un commento al Vangelo domenicale, definendolo il nostro papa casereccio. D’altronde – ha scritto Giorgio –, «personalmente credo, senza mai alzare la voce, che solo un librino – quel famoso Vangelo – sia determinante per intraprendere un viaggio e concluderlo».

Nell’ultimo nostro incontro mi aveva domandato, come sovente faceva, dell’articolo apparso la domenica precedente che s’incentrava sul vento dalla muscolatura invisibile che – come si legge – «si propone un compito e irrompe di proposito dove disordinare la “stasi”, […] l’immobilità, specie quando riguardasse le nostre fissità di pensieri, eventualmente improduttivi, sfilacciati e rinunciatari». Era felice di aver potuto inserire nel Post Scriptum un messaggio cristiano, quale piccola opera di evangelizzazione nella Domenica che incomincia la Settimana Autentica: «Oggi è Domenica delle Palme, quelle lunghe fronde sfrangiate in segno di giubilo. E Domenica prossima risarà Pasqua. È bello sperare che il vento, non mancando di cognizione, si farà brezza umile e gentile, rendendosi anche lui partecipe e diffusore della sempre strabiliante notizia: il Figlio di Maria resurrexit sicut dixit».

Un bel vento davvero… lo scompiglio della morte”, mi ha scritto Maria Barbieri, curatrice e amica del volume intervista. Un vento che ha permesso a Giorgio, come a Maria di Magdala, l’incontro con Gesù Cristo e, secondo l’invito del Salvatore, l’urgenza dell’annuncio sconvolgente diretto a chiunque volesse farlo proprio nel suo cuore.

Colpisce poi che nel suo ultimo pezzo, apparso a Pasqua, avesse fatto questa domanda a tanti amici che gravitavano intorno a lui: “Se, come accadde alla Maddalena del Vangelo, vi capitasse d’incontrare ora e personalmente Gesù redivivo, cosa gli direste, incerti se dargli il voi, il lei o il tu?”. Anche lui alla fine risponde: «Quanto a me, giunto al vissuto sommarsi degli anni, non avrei parole che il Signore non avesse già inteso. E affiderei alla commozione filiale il tributo che l’animo Gli deve, mirando il suo sembiante ineffabile, così supremo rispetto a quello che Gli hanno attribuito i grandi della pittura. Chi mi reggerebbe, al momento di venir paternamente assolto da Colui che, trafitto sulla croce, esalò al ladrone: “Oggi stesso sarai con me in Paradiso”? Di questa speme, garantita dai santi, è tessuta la Pasqua. A ciascuno, testimoniarne la fragranza».

I figli Stefano e Michele Arcangelo, la nipote Anna Linda, Vera, i parenti e gli amici, noi tutti abbiamo una responsabilità: custodire le miriadi di insegnamenti sparpagliati in sudati scartafacci di Giorgio, cantastorie di «cose viste dal vero».

Nel nostro ultimo salutarci era stato ancor più affettuoso, prodigandosi in abbracci, strette di mano e baci sulle guance, e lo ricordo sulla porta della sua abitazione di Via Olindo Guerrini con i consueti baffi da reggitore, lo sguardo puro, il sorriso pronto.

Riprendo tra le mani il suo commento al Vangelo della risurrezione, scritto più di quarant’anni orsono, benché ancora attuale: «Prendo la nuova Pasqua così: per un’altra chiamata che mi viene offerta con puntualità. Sento che ribadisce le verità d’amore alle quali insisto a porgermi con scarso successo. Sarà la volta buona? Dio volesse. Ma Dio lo vuole, mai veduta altrettanta pazienza. E, d’altro canto, un Signore che è stato capace di risorgere dal buio non vorrà lasciarmi per via. M’affretto, il concerto delle campane che già si sommano».

Le campane sono suonate e l’oscurità ha lasciato posto alla luce, come ha scritto in modo suggestivo: «Nessun buio regge a lungo. Più è fitto e più volge verso l’alba».

Tu eri orgoglioso di aver fatto, impetuosamente e da giovane barricadèro il Liceo classico, così da dire a voce interiore: «Porrige dexteram tuam, quaesumus, Domine, plebi tuae misericordiam postulanti! (Porgi, o Signore, la tua destra, te ne preghiamo, al popolo tuo che implora misericordia); mentre le meridiane segnano, ma non fermano, il tempus quod fugit». Grazie Giorgio, amico carissimo, conoscitore profondo dell’animo umano, credente ammirato dalla pazienza di un Dio misericordioso.

ABBONATI ALLA RIVISTA!

 


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