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NEWS 11 Maggio 2023    di Massimiliano Fiorin

È vero, la parità dei sessi è lontana. Perché è penalizzato l’uomo

Poi dice che a uno gli si abbassa l’eros. Così avrebbe commentato il grande Totò, non a torto, anche se tutti ci siamo dilettati, sulla rete e soprattutto sui social, nello schierarci a favore o contro l’esternazione di Laura Chiatti riguardo all’uomo casalingo. Quello che lava i piatti e passa l’aspirapolvere in modo paritario e politicamente corretto. Per un paio di giorni sul tema si è detto di tutto, con un sostanziale rispetto degli schieramenti. A destra (Pillon e associazioni antigender) ci si è schierati a favore, mentre a sinistra si sono immediatamente scatenate le reprimende e le richieste di rettifica.

L’attrice non ci ha fatto mancare il successivo autodafé, cercando di recuperare l’onor del mondo con una tiratina a mezzo Instagram in favore delle gloriose battaglie per la parità tra i sessi. Facendoci pure sapere, in conclusione, che suo marito quello stesso giorno aveva rifatto il letto, passato l’aspirapolvere e pulito i bagni. Se non altro al poveretto sono stati risparmiati i video della performance casalinga riparatoria: per quel che vale – a lui che, con la moglie che si ritrova, sulla rete sarà stato bersagliato dall’invidia di intere legioni virili – va tutta la nostra solidarietà. Detto questo, però, non è ancora il caso di passare oltre. Infatti, benché in modo involontario, l’incauta sincerità dell’attrice di Castiglione del Lago ha aperto uno squarcio rispetto a una delle più grandi tragedie dei nostri tempi. La negazione, cioè, dell’esistenza dei ruoli di genere.

Non si tratta di un tema polemico riservato all’agenda delle lobby femministe e alla loro polizia del pensiero. Piuttosto, è un disastro culturale che ogni giorno genera la sofferenza seminascosta di milioni di persone, che loro malgrado si trovano ad avere a che fare con la crisi della famiglia nel mondo occidentale. È difficile per il governo attuale, che pure sostiene di avere a cuore la questione della natalità, incoraggiare le coppie giovani ad avere figli. Sembra incredibile, ma l’accusa di voler forzare la gente a “donare figli alla patria” si porta ancora alla grande, non soltanto nella dialettica parlamentare. Ma a parte questo, il luogo comune più pernicioso, se osservato dalla posizione privilegiata di un avvocato familiarista, è quello per cui le persone del nostro tempo eviterebbero di avere figli soltanto per ragioni economiche. Si tratta da decenni della spiegazione politica più gettonata.

È vero che la paura del futuro, il lavoro che manca, i redditi precari, sono un problema sostanziale. Ma nella realtà dei fatti vi è un fattore ben più ostile verso le ragioni della natalità. Si tratta dell’impossibilità che le coppie di oggi trovano nel potersi fidare l’uno dell’altra. Anche se su certi aspetti fondamentali dell’esistenza il genere umano è sempre lo stesso, e nel profondo del cuore ancor oggi gli innamorati desiderebbero più di ogni altra cosa dare vita a una nuova famiglia. La fuga dal matrimonio, rispetto al quale vengono sempre più preferite le convivenze informali, si spiega con ragioni che sono molto più di carattere morale – anche se la parola stessa dà fastidio – che non economico. L’esperienza di chi lavora con le crisi di coppia conferma che non sono solo le ristrettezze economiche che impauriscono i potenziali genitori. Conta molto di più la paura di un futuro divorzio.

Sempre dal mondo dei social, ci giunge l’informazione per cui oggi sarebbe di gran moda il cosiddetto “matrimonio simbolico”. Vale a dire un ricevimento più o meno elegante, a seconda dei gusti e delle possibilità, dove la cerimonia nuziale viene di fatto simulata. Dal momento che non ha alcun valore legale, il rito può essere celebrato nel modo e nel luogo che si preferisce, solitamente in ambienti privati, con un ricevimento confezionato su misura dello stile di vita dei simbolici sposi. Senza conseguenze e senza complicazioni. Il tutto all’insegna della libertà individuale, dietro l’esaltazione della quale, purtroppo, spesso si nascondono ragioni assai poco romantiche. Per sua natura il matrimonio è un’istituzione che dovrebbe servire come garanzia economica, soprattutto per la donna (la parola matrimonio deriva da munus matri, garanzia della madre).

Eppure, gli impegni reciproci degli sposi nella realtà dei nostri giorni vengono rifiutati per il timore, assolutamente fondato, di perdere a causa di essi, assieme alla libertà, anche il patrimonio (da patris munus, compito del padre) e gli affetti più cari. Ad esempio, la casa coniugale intorno la quale si erano fatti tanti progetti, o si erano impegnati i sacrifici dei propri genitori. Per non parlare del rapporto con i figli. Gli avvocati incontrano sempre più spesso richieste di consulenza non provenienti dai futuri conviventi, bensì dai genitori di lui, che si preoccupano del fatto che, con la nascita di un nipotino, il loro figliolo rischierà di essere messo fuori di casa senza tanti complimenti. E dal punto di vista legale, purtroppo, la sgradita eventualità è quasi sicura e irrimediabile. Ma cosa c’entrano a questo proposito i ruoli di genere evocati dall’esternazione di Laura Chiatti?

La questione è che, per l’appunto, nonostante siano passati diciassette anni dall’introduzione dell’affidamento condiviso, ancora oggi nel nostro Paese è più viva che mai quella che i tecnici del settore chiamano maternal preference. Cioè, rispetto alle separazioni più o meno conflittuali, la tendenza a far rimanere i figli piccoli con la madre, relegando il padre al ruolo di finanziatore esterno. Di fronte alla crisi della famiglia, le distinzioni di genere e di ruoli genitoriali per altri versi tanto esecrate, in quanto limitative delle sacrosante libertà femminili, ritornano silenziosamente a essere dei capisaldi incrollabili. Infatti, fino a che non sono degli adolescenti ormai vicini alla maggiore età, i figli dei separati vengono collocati quasi sempre presso la mamma. Mentre il papà fatica a essere preso in considerazione, se chiede di mantenere rispetto alla prole una presenza effettivamente quotidiana e paritaria.

È vero che non siamo più al livello desolante di qualche anno fa, e le decisioni dei tribunali si stanno adeguando ai nuovi rapporti di coppia, dove il matrimonio è un optional sempre più raro. Sono frequenti i casi in cui, anche in assenza di accordo tra i genitori separati, i giudici cominciano ad autorizzare affidamenti alternati (con parità di giorni e di pernottamenti a casa rispettivamente di papà e mamma), nonché soluzioni di mantenimento diretto. Cioè, senza assegni alimentari da versarsi obbligatoriamente da lui a lei, con tutto il consueto contorno di rancori e di liti omeriche sugli importi e sulle modalità con cui vengono spesi. Nei tribunali italiani si sta cominciando, insomma, ad accettare l’idea che le coppie scoppiate siano composte da persone autonome e indipendenti dal punto di vista economico, e quindi non sia obbligatorio che uno dei due – quasi sempre lo stesso – ricompensi l’altro per i compiti di cura esercitati coi figli.

Non è ancora un principio del tutto acquisito, perché molti tribunali tuttora richiedono che un assegno di mantenimento per la prole venga versato sempre e comunque, quale adempimento necessario per l’omologa della separazione. Anche se gli interessati ne farebbero a meno. I tanto esecrati ruoli di genere, quindi, nei nostri palazzi di giustizia ancora resistono. Anzi, sono difesi come dei baluardi, sotto forma di compensazione economica per chi si assume maggiormente gli impegni quotidiani nei confronti della prole. Le ragioni della maternità dunque prevalgono ancora su quelle della parità tra i sessi. Vero è che nel mondo del lavoro comincia a essere diffuso in un certo favore per i congedi di paternità, e per i genitori maschi che chiedono di potersi dedicare ai compiti di cura dei figli esattamente come le loro compagne. Tuttavia, in occasione della separazione e del divorzio, il pieno rispetto di questo principio ancora incontra notevoli difficoltà.

Basta ricordare le levate di scudi che ci sono state da parte del mondo femminista e politicamente corretto, quando in Italia si è pensato di introdurre il principio della shared custody, cioè la divisione obbligatoria dei tempi di permanenza dei figli presso ciascuno dei genitori separati in ragione di due terzi e un terzo. Si tratta di un criterio che in altri Paesi, essendo anche oggetto di una raccomandazione del Consiglio d’Europa, viene considerato un principio di civiltà in favore delle donne che si impegnano per affermarsi nel lavoro. Ma in Italia esso è stato combattuto come una grave violazione dei diritti femminili. In definitiva, quindi, i ruoli di genere tuttora esistono nella realtà quotidiana delle persone, ma per la legge mantengono un valore a senso unico. Con buona pace del tanto decantato obiettivo della assoluta parità tra i sessi. Anche quando essa uccide la diversità e dunque l’unicità di ogni persona, mediante un’omologazione che in ultima analisi va sempre in favore delle esigenze economiche della produzione e del consumo. E pazienza se poi c’è l’eros che si abbassa. (Fonte foto: Pexels)

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