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NEWS 8 Aprile 2022    di Redazione

Elezioni in Francia: «Non idolatriamo la politica»

Per gentile concessione del settimanale francese France catholique pubblichiamo una nostra traduzione di lavoro dell’intervista a Benoît Schmitz, dottore in storia moderna, sui principali temi che riguardano i cattolici e la politica. I francesi sono chiamati alle urne per il primo turno delle presidenziali domenica 10 aprile (il secondo turno è in programma domenica 24 aprile). Secondo i sondaggi, fra i dodici candidati, in testa ci sono l’attuale presidente Emmanuel Macron e Marine Le Pen.

Qual è la natura della crisi politica che stiamo attraversando?

«La crisi attuale nasce dall’erosione della legittimità del potere. Nel 1790, il filosofo britannico Edmond Burke descrisse la Rivoluzione francese come un’impresa che installava un potere rigorosamente razionale, senza lasciare “nulla agli affari pubblici che [potrebbe] parlare al cuore dei cittadini”. Oggi questo potere non è più in grado di presentarci altro che calcoli con cui i politici riempiono i loro programmi. La ragione che guida il potere è diventata una ragione calcolatrice e utilitaristica. In parallelo, il potere trabocca dal suo cerchio di legittimità e si ubriaca di leggi di riforma della famiglia, le cosiddette questioni di “genere” o bioetica, in una sorta di eccesso. Eppure, questo eccesso si è recentemente scontrato con flagelli molto reali dai quali credevamo di liberarci: un’epidemia di una portata che non credevamo più possibile; la guerra alle porte dell’Europa; e domani, forse, il ritorno della penuria e, chissà, della carestia. Si vede chiaramente che non si tratta più di una modernità trionfante, ma di una modernità intrappolata in un certo numero di contraddizioni».

Di fronte a ciò, i cattolici dovrebbero attingere alla memoria dei secoli di cristianesimo che la Francia ha conosciuto?

«Dobbiamo essere d’accordo sulla nozione di “cristianesimo” e sui sentimenti che essa ispira. La nostalgia è sterile se consiste nel mantenere un mito o il ricordo di un’età dell’oro in cui i cristiani si sarebbero stabiliti al potere! Perché questa è l’idea sbagliata, a mio avviso, che a volte abbiamo del cristianesimo… Sia che lo deploriamo o che lo accogliamo con favore, tendiamo a vedere il cristianesimo come società in cui i cristiani detenevano un potere egemonico. Ma la realtà era più complessa: il confronto tra Chiesa e Stato è sempre stato aspro. Tuttavia, è vero che il paese portava allora un “segno cristiano”, come direbbe Pierre Manent. In altre parole, un prisma cristiano che ha permesso di interpretare il corso degli eventi. Così, anche se non dobbiamo cedere a una nostalgia che consisterebbe nel mantenere un’illusione, è legittimo opporsi alla cancellazione di questo segno cristiano, poiché a lui dobbiamo l’aver imparato a distinguere e ordinare il temporale e lo spirituale».

Il cristianesimo è sparito, il potere utilitaristico… i cattolici dovrebbero capitolare?

«Non c’è motivo di capitolare di fronte a questi sviluppi. Se è possibile che l’azione della Chiesa cambi di modalità a seconda delle epoche, resta il fatto che la Città di Dio viene costruita quaggiù, anche se ciò non significa che sia della stessa natura di una città terrestre: nonostante la sua visibilità, non è analoga e non si confonde mai con le comunità terrestri! Da questo punto di vista, è sempre rischioso confondere una causa politica con il regno di Dio».

Un cattolico dovrebbe quindi astenersi dall’intervenire in politica?

«Sia dal punto di vista della Chiesa come istituzione che dei semplici fedeli, l’intervento in politica è il principale servizio che si può rendere alla società. Ma ci vuole distacco da ogni potere, accettando che noi cattolici possiamo essere ridotti per un po’ all’impotenza. Questo tempo può essere una purificazione, quella dell’esperienza della Croce, dell’umiltà, che risplende tanto meglio perché il passato cristiano del nostro Paese è stato glorioso. Se la Chiesa non avesse conosciuto la sua elevazione, oggi la sua umiltà non avrebbe vera sostanza. La Chiesa segue solo il suo Maestro: prima della sua passione, Cristo ha vissuto l’ingresso trionfale a Gerusalemme. Dobbiamo quindi imparare a vivere sulla terra la nostra celeste cittadinanza, che non implica rinunciare all’arte politica, ma suppone di non far dipendere tutto dalla politica. Pertanto, i cristiani devono esercitare una certa cautela nei confronti delle passioni suscitate dalle elezioni presidenziali: è inutile aspettare un salvatore, perché ne abbiamo uno solo, così come sarebbe inutile scommettere tutto su un’elezione particolare. Dobbiamo reimparare a vedere oltre e considerare la diversità degli ambiti in cui possiamo impegnarci, evitare la tentazione dell’idolatria e iniziare un’opera di rifondazione concreta attraverso la nostra vita cristiana, nella nostra famiglia o nella nostra comunità sociale. È un lievito estremamente importante nell’impasto».

Cosa può portare la Tradizione della Chiesa alla politica?

«La Chiesa offre una riflessione molto antica sull’esercizio e l’uso corretto del potere che può servire sia ai politici che agli stessi prelati. Il nostro tempo dovrebbe riscoprire quelli che vengono chiamati gli “specchi dei principi”, testi parenetici, cioè esortanti alla virtù. Questi “specchi” esercitarono una notevole influenza sull’educazione dei principi che un tempo regnavano, ma caddero in disuso quando Machiavelli, all’inizio del XVI secolo, presentò la politica come l’arte della conquista del potere, staccandola dal suo orizzonte teleologico – relativo alla finalità –, sottolineando che un potere deve puntare all’efficienza».


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