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NEWS 11 marzo 2021    di Andrea Zambrano

Il figlio è un danno. La triste morale della storia di Pordenone

La questione è da giuslavoristi, quindi è bene non immischiarsi troppo. Ma la storia della pallavolista Lara Lugli che si è vista recapitare un atto di citazione per danni dopo aver lasciato la squadra perché incinta, merita una considerazione fuori dal coro. Certo, i contratti sono da rispettare, pacta servanda sunt, e si dà il caso che entrambe le parti ritengono di aver ragione: lei, che dopo l’aborto spontaneo chiede alla società la mensilità mancante e la società che, ritenendo di non dovergliele dare, applica il contratto e la cita per danni, dato che l’assenza della Lugli dalla squadra avrebbe provocato la perdita di punti in classifica e di sponsor.

È questione da avvocati e giudici del lavoro, che non meriterebbe neanche una breve in cronaca. Se non fosse per quel piccolo dettaglio che fa tanto clamore che lei era incinta ed è stata citata per danni proprio a seguito di questo piccolo effetto collaterale. Ecco, il punto più interessante della vicenda, dopo ovviamente quello prettamente sindacale delle donne costrette a clausole vessatorie o a licenziamenti in bianco dopo aver comunicato in azienda la loro gravidanza. Se la Lugli ha fatto perdere punti e sponsor alla squadra è evidentemente perché era brava e probabilmente più delle compagne di gioco. Reclamava una mensilità di appena mille euro, che le è stata negata perché la società, siamo in Serie B1, non professionisti, versa in cattive acque anche per colpa delle misure restrittive della pandemia che stanno strozzando le società minori e più fragili.

Però, stiamo pur sempre parlando di 1000 euro che per chi ha avuto un figlio possono essere anche vitali, poco importa qui che poi la gravidanza non abbia avuto un esito felice. Negargliele significa sfruttare i bravi e i capaci quando chiedono ciò che spetta loro come riconoscimento – e magari anche gratificazione – per quello che hanno fatto. E lo sfruttamento porta ad avere un’idea del lavoratore come semplice merce. Non serve scomodare Marx, perché anche la Dottrina sociale della Chiesa lo diceva senza per questo dover predicare il materialismo e la lotta di classe. In questo senso la Lugli è stata sfruttata da una mentalità molto italiana che tende a non riconoscere i meriti, ma ad essere molto severi quando si commettono gli errori. Era il Vangelo dell’altro giorno del servo a cui veniva condonato il debito e poi si accaniva con i suoi debitori. Fa comunque una brutta fine.

La seconda considerazione che si impone è che la Lugli non era da sola. Nel commentare le sue giuste rimostranze, il mondo politico e mass mediatico si è concentrato solo su di lei. Eppure, avrà avuto un compagno, e comunque in quella gravidanza erano in due, anche se poi, è andata come è andata. Ebbene, di quel bambino non c’è traccia nei comunicati di solidarietà, di quel bambino che, una volta nato avrebbe portato il suo mattoncino all’inversione dell’inverno demografico. Quel bambino, che venendo al mondo avrebbe dovuto stupire tutti.

Invece è stato considerato un danno, dato che la madre, è a seguito di questa gravidanza, che dovrà rispondere in sede risarcitoria, ma speriamo che qualcuno intervenga prima. Un bambino è un danno. Ecco la morale che ci porta questa storia. Un danno in tutti i sensi, a cominciare dalla società edonistica e egoista in cui viviamo. Scommettiamo che se la donna avesse avuto un tumore e si fosse dovuta assentare dal lavoro, i suoi datori di lavoro sarebbero stati più clementi e comprensivi? Invece era incinta, e per di più ha anche subìto l’aborto, cosa che ormai, quando è volontario, è come bere acqua fresca. Certo, il Volley Pordenone ha le sue colpe, ma il brodo di cultura dentro cui è nata questa storia è lo stesso: la mentalità abortista dentro la quale siamo immersi e che senza accorgerci fa scambiare per problema sindacale una discriminazione per la vita.

E veniamo così alla terza considerazione: a penalizzare la povera pallavolista non è stato il suo essere donna, come il pensiero boldrianian-cirinnesco ci impone di pensare, ma il fatto che fosse madre. In un mondo ideale, non vorremmo pensare al solito villaggio africano preistorico, le donne incinta dovrebbero essere tutelate dal contesto sociale perché sono portatrici della vita, vengono protette, vengono trattate come principesse. Non è la donna che si tutela in quanto donna, ma la vita di cui è portatrice. Non riconoscerlo porta a questi pasticci.


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