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NEWS 18 Febbraio 2023    di Valerio Pece

Gli orrori della clinica di Tavistock, ex fabbrica di baby trans, in un nuovo libro

«Oh mio Dio, guarderemo indietro tra dieci, vent’anni e vergognandoci diremo: cosa abbiamo fatto?». È una delle frasi che un medico della famigerata clinica di Tavistock, a Londra, rivolge ad Hannah Barnes, giornalista della BBC che sulla vicenda dell’ospedale specializzato in cambiamenti di sesso ha appena pubblicato un libro scottante, Time to Think. Su cosa sia arrivato il Tempo di Riflettere lo spiega il sottotitolo: The Inside Story of the Collapse of the Tavistock’s Gender Service for Children.

COSÍ CONFUSO DA SENTIRSI «UNA RAGAZZA COREANA»

Il libro, equilibrato e dettagliato resoconto dell’operato dell’ospedale londinese chiuso nel luglio scorso a seguito di indagini statali, riferisce delle migliaia di bambini a cui è stata bloccata la pubertà al solo fine di preservare l’enorme ritorno economico del servizio. Ex medici del reparto Gender Identity Development Service (Gids), l’asset più innovativo e redditizio del Tavistock and Portman NHS Trust di Londra, hanno raccontato alla Barnes come alcuni bambini «dalla diagnosi incredibilmente complessa e sfaccettata» siano stati sottoposti a terapia dopo una valutazione «assolutamente superficiale», nonostante questi avessero problemi che spaziavano dalla salute mentale ad un complesso e doloroso background familiare, fino alla presenza di tratti autistici più o meno gravi. A dire della confusione con cui i preadolescenti si presentavano nella clinica londinese, il libro racconta come alcuni si identificassero non solo con un genere diverso, ma anche con una diversa origine etnica, compresa quella giapponese o coreana. Un giovane, si legge in Time to Think, aveva «tre diversi alter ego, due dei quali parlavano con accento australiano».

I RIMPIANTI DEI MEDICI

Il libro è caratterizzato dalla frustrazione e dal rimpianto dei medici del Gids, che per anni hanno visto indirizzare i minori di 16 anni al blocco della pubertà e al trattamento ormonale senza alcun dato concreto sugli effetti a lungo termine. Confessandosi con l’autrice, alcuni medici hanno paragonato il protocollo del Tavistock allo scandalo dell’ospedale Mid Staffs degli anni 2000 (probabilmente il più grande episodio di malasanità inglese, con cinque Commissioni d’inchiesta parlamentari, un numero di morti stimato tra i 400 ed i 1.200, indennizzi pari a 11.000 sterline per ogni paziente deceduto), altri, invece, al doping sistematico degli atleti della Germania dell’Est negli anni ‘60 e ‘70.

Il libro di Barnes descrive come fossero indirizzati al cambiamento di sesso bambini di appena dieci anni, «solo perché già si atteggiavano con un genere opposto»; ma anche come quel preciso servizio rappresentasse da solo quasi il 30% delle entrate del Tavistock NHS Trust, tanto da somigliare, a detta del personale, a una «ricchissima start-up tecnologica, con viaggi profumatamente pagati e conferenze internazionali a tema transgender».

CAPO LGBTQ+: «SOSTITUIRE I MEDICI ESITANTI»

Da Time to Think – che sia il Times che il Financial Times in questi giorni recensiscono entusiasticamente – emerge anche il ruolo attivo delle organizzazioni LGBTQ+. Nel 2016, Susie Green, ex capo di Mermaids (tra i principali enti di beneficenza arcobaleno del Regno Unito, che, si legge dal sito, «sostiene i bambini e i giovani transgender, non binari e di genere diverso fino al loro 20° compleanno, così come le loro famiglie e i professionisti coinvolti nella loro cura» ), inviò una e-mail all’allora capo del Gids, il servizio per lo sviluppo dell’identità di genere, chiedendo di ridurre il tempo che i bambini dovevano dedicare ai bloccanti della pubertà prima che potessero essere somministrati  gli ormoni sessuali irreversibili. Sempre l’attivista di Mermaids chiese, per di più a nome delle famiglie dei bambini, che «i medici pediatrici venissero sostituiti con qualcuno più propenso e veloce a prescrivere ormoni». Inutile dire, poi, che dalle interviste di Barnes, emerge come tutti coloro che esprimessero dubbi sulle procedure utilizzate sui preadolescenti venissero immediatamente «demonizzati».

IGNORATI PERFINO GLI ABUSI SESSUALI  

Nella clinica di Tavistock, il reparto Gender Identity Development Service è stato fondato nel 1989 da Domenico Di Ceglie, psichiatra infantile italiano, al quale intorno all’anno 2000 la Direzione della clinica chiese un rapporto sul background dei pazienti. I risultati – riportati mercoledì da un articolo del Sunday Times ripreso su Feminist Post da Marina Terragni – sono stati sorprendenti. «La maggior parte dei pazienti di Gids», si legge sul giornale inglese, «erano ragazzi con un’età media di 11 anni. Più del 25% di loro aveva trascorso del tempo in terapia, il 38% proveniva da famiglie con problemi di salute mentale e il 42% aveva perso almeno un genitore, per separazione o per morte. La maggior parte aveva altri problemi come ansia e traumi da abuso fisico; quasi un quarto aveva una storia di autolesionismo». La chiusura del Sunday Times è chiarissima e desolante: «Non sono state tratte conclusioni e Gids ha continuato a trattare la disforia di genere come una causa piuttosto che come un sintomo del disagio adolescenziale».

Probabilmente, già solo l’aumento esponenziale delle richieste avrebbe dovuto costituire un allarme: a fronte delle 97 pervenute al Gids nel 2009, nel 2020 le domande erano già diventate 2.500, con altri 4.600 ragazzi e ragazze in lista d’attesa. Ovvio che il sovraccarico, secondo i medici intervistati dalla Barnes, non poteva che tradursi in «valutazioni più brevi e meno approfondite». Ma c’è di piùOltre agli evidenti disturbi mentali di bambini che a volte si identificavano con generi e nazionalità diverse, perfino episodi di abusi sessuali sono stati puntualmente ignorati. «Nel caso di una ragazza abusata da un maschio, penso che una domanda da porsi sia se ci sia qualche relazione tra identificarsi come maschio e sentirsi al sicuro», ha affermato Matt Bristow, ex medico del Gids.

NUOVI CASI TAVISTOCK ALL’ORIZZONTE

Paradossalmente, dopo aver avuto difficoltà a trovare un editore, con il suo libro fresco di stampa Hannah Barnes sta facendo parlare i giornali di tutto il mondo intorno allo scomodo argomento dei baby trans, minori con disforia di genere avviati al cambio di sesso a suon di potenti trattamenti ormonali. Un fenomeno che ormai ha assunto i contorni di un vero e proprio “contagio sociale”, con tanto di elementi ricorrenti: dall’identico look e taglio di capelli alla comune passione per youtubers transgender; dalla frequente compresenza di altri problemi (autolesionismo, tentativi di suicidio, disturbo da deficit di attenzione, sintomi di ansia, disturbi alimentari, esperienze di bullismo e abusi) all’essere lesbiche o gay (condizione – problema nel problema – che molti non accettano, preferendo aggirare l’ostacolo identificandosi col sesso opposto e “dimostrando” così la propria eterosessualità).

In quest’ottica Time to Think di Hannah Barnes non è un libro prezioso soltanto perché ripercorre coraggiosamente le tappe di una vicenda scandalosa, l’opera della giornalista della BBC servirà soprattutto a dare coraggio a quei genitori e a quel personale medico e paramedico che in molte parti del mondo ancora oggi vive esperienze analoghe a quelle di Tavostock, la clinica degli orrori di Londra. Stando infatti a quanto recentemente raccontato sulla Verità da Giuliano Guzzo, secondo un dossier (stilato per inciso da chi si presenta come «una donna queer politicamente alla sinistra di Bernie Sanders»), anche a Washington, precisamente nel Transgender Center del St. Louis Children’s Hospital, oltre 600 bambini sono stati avviati al cambio del sesso in una situazione di «clamorosa assenza di protocolli» e di «totale anarchia terapeutica». La storia, dunque, si ripete. Ancora una volta soldi e ideologia sulla pelle dei più fragili. (Foto: screenshot Twitter/Pexels.com)

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