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NEWS 21 luglio 2018    di Redazione
Humanae vitae: lo sviluppo della dottrina non può distorcere il significato

Il 25 luglio del 1968 papa Paolo VI pubblicava l’enciclica Humanae vitae, documento sull’amore umano e la contraccezione. Il professor Livio Melina, già preside dell’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, e oggi professore di teologia morale nello stesso istituto, ha rilasciato un’intervista al National Catholic Register a proposito dell’enciclica del beato Montini. Per i lettori del Timone offriamo due spunti tratti da questa intervista che sono al centro del dibattito su Humanae vitae.

IL CUORE DI HUMANAE VITAE

«Il nucleo dell’enciclica  Humanae Vitae si trova nei paragrafi 12 e 14. Il n. 12 esprime in termini positivi il principio della “connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo”. Inoltre, è espresso in termini negativi come norma conseguente, al n. 14: “È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione”. L’atto di contraccezione viene infatti definito come “intrinsecamente sbagliato” ed “è un grave errore pensare che un’intera vita coniugale di relazioni altrimenti normali possa giustificare un rapporto sessuale deliberatamente contraccettivo”.

Queste affermazioni non possono essere interpretate come mere linee guida ideali valide per l’intera vita coniugale, perché l’insegnamento di  Humanae Vitae si  riferisce esplicitamente a ogni singolo atto coniugale. L’enciclica in questi due punti risponde chiaramente alla domanda discussa e respinge la tesi (del “rapporto di maggioranza” della commissione che consigliò Paolo VI) che, in nome del cosiddetto “principio di totalità”, si rivendica non applicare a singoli atti, ma solo alla vita coniugale nel suo complesso».

SVILUPPO NON CONTRADDIZIONE

«Lo sviluppo della dottrina può certamente aver luogo, a condizione che non significhi una negazione o una contraddizione con ciò che il Magistero ha insegnato prima:  eodem sensu, eademque substantia  (Vaticano I). La vitale coerenza con la Tradizione, senza aggiunte spurie e senza perdita di elementi essenziali, è una condizione per lo sviluppo organico, come insegnava il Beato John Henry Newman. Altrimenti, cadiamo nel modernismo, che pretende di trasformare la dottrina dall’interno, adattando le sue formule alla coscienza e all’esperienza religiosa dei tempi. È stato lo stesso Paolo VI in un’udienza del 19 gennaio 1972 a denunciare la sopravvivenza del modernismo, che “sotto altri nomi è ancora presente”, perché è l’espressione di una serie di errori che potrebbero “rovinare totalmente la nostra concezione della vita e storia. ‘

Si presume che ci siano “cambiamenti di paradigma” che, pur sostenendo di non cambiare la dottrina, in realtà distorcono il suo significato, dal momento che fanno bene ciò che prima era il male e il male ciò che prima era buono. Lo spazio per lo sviluppo della dottrina è quello di un approfondimento antropologico e teologico, come è successo nella “teologia del corpo” di San Giovanni Paolo II. Il limite proposto dalle norme morali negative, riguardanti le azioni intrinsecamente cattive, rappresenta un punto di verifica che uno sviluppo della dottrina non equivale alla sua perversione. “Il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno”, dice il Signore».


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