domenica 19 maggio 2024
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«I giovani del Camerun vogliono rimanere in Africa. L’Europa li aiuti»
NEWS 14 Ottobre 2023    di Valerio Pece

«I giovani del Camerun vogliono rimanere in Africa. L’Europa li aiuti»

«I cristiani camerunensi preferiscano emigrare o rimanere nel proprio paese?». Il vescovo della diocesi di Obala alla domanda risponde così: «Non solo i cristiani, ma ogni abitante del Camerun preferirebbe rimanere nella sua patria». L’incontro, organizzato venerdì 6 ottobre dalla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (ACS), ha dato lo spunto al camerunense mons. Léopold Bayemi Matjei di spiegare le vere cause dell’immigrazione, a suo dire sicuramente difficili da gestire ma, se affrontate con serietà, altrettanto sicuramente risolvibili. «Da circa 20 anni c’è una crescita dei camerunesi che emigrano verso Francia e Italia a causa del peggioramento della situazione sociopolitica interna […]. Questo perché in Camerun c’è un problema socioeconomico. Ad esempio, un medico in Camerun percepisce circa 350 euro al mese. Con uno stipendio così basso non può comprare casa, non può pagare la macchina che un costo elevato per via della dogana, non riesce a vivere. Un lavoratore camerunense è consapevole che emigrando avrà uno stipendio più alto, per questo lascia il suo paese. La verità è che i ragazzi vogliono rimanere a casa, ma sono costretti a emigrare».

CAFFÉ E CACAO, QUOTIDIANI ESEMPI DI COLONIZZAZIONE

Parole chiarissime quelle di mons. Matjei, che puntella la sua analisi con esempi di vita vissuta tanto semplici quanto incontestabili. Riguardanti il caffé, per esempio. «Una tazza di caffè in Italia costa 1 euro ed è lo stesso prezzo di un chilo di caffè in Camerun. In questo modo, qual è il guadagno un produttore di caffè?». Oppure, in un altro doloroso affondo sul quotidiano, relativi alla produzione del cacao. «È stato calcolato che solo il 5% di circa 100 miliardi euro generati con il mercato del cacao sono destinati al produttore. Come creare un vero cambiamento? Il problema non è l’assistenza, ma comprare il cacao al suo vero valore e dare la possibilità agli agricoltori di lavorare e vivere dignitosamente nel proprio paese. La leva di svolta è la creazione di rapporti dignitosi, pensare che l’uomo è al di là del denaro, creare, come la chiesa insegna, rapporti dove c’è solidarietà e sussidiarietà. Inoltre, come diceva Papa Benedetto XVI, è importante la gratuità». Una lezione di “economia di comunione” che racconta ciò che il ricco Occidente non vuol vedere: se un uomo ha la possibilità di vivere nella sua terra non abbandona i propri cari e non mette a rischio la sua vita.

UNA MONETA CONTROLLATA DALLA FRANCIA

In Camerun l’imprenditoria non si sviluppa anche per la mancanza di un accesso dignitoso alle risorse economiche, nodo gordiano che chiama in causa direttamente i paesi colonizzatori. «Le nostre banche», denuncia il vescovo africano, «sono tutte francesi o inglesi, e hanno i tassi dei prestiti che arrivano al 10-12%. La nostra moneta, il franco Cfa, è controllata dalla Francia – questo accade in Camerun e in altri 13 Paesi africani -, e abbiamo l’obbligo di destinare metà delle nostre risorse alla Banca di Francia. Il problema del nostro paese non è la mancanza di assistenza, è la mancanza di eguaglianza e di dignità».

Altro tema sollevato da mons. Matjei è quello legato alla tecnologia: «In occidente c’è una capacità tecnologica elevata che non viene trasferita nei paesi africani. Abbiamo le risorse umane per rispondere alle necessità di lavoro industriale se vengono fatti i giusti investimenti». Al riguardo il vescovo lamenta una gestione sbagliata degli aiuti, che spesso si risolvono in costosissimi buchi nell’acqua. Anche su questo punto il monsignore non rimane nel vago: «La Danimarca anni fa ha fatto un progetto per la creazione di pozzi d’acqua. Hanno costruito le infrastrutture nei villaggi collegando acquedotti ai fiumi ma non hanno fatto formazione locale. Hanno lasciato l’infrastruttura ma non ci hanno insegnato a gestire la manutenzione, così ci siamo ritrovati senza assistenza tecnica e a dover coprire i costi della benzina per far funzionare le macchine». 

SCUOLE DI FALEGNAMERIA SENZA ELETTRICITÀ

Il tema della formazione professionale frenata per mancanza di fondi è forse il passaggio più triste della puntuale disamina di mons. Matjei. A fronte della volontà dei giovani camerunensi di “contare”, di essere protagonisti della propria terra, c’è la frustrazione di non poterlo fare per mancanza di risorse economiche minime. «La formazione professionale non è completata dai nostri giovani per mancanza di risorse», afferma il vescovo. Che aggiunge: «Ci sono scuole professionali di falegnameria dove manca l’elettricità e i ragazzi non possono utilizzare le macchine per imparare a lavorare il legno anche se hanno competenze teoriche». Come diretta conseguenza «viene meno la mentalità imprenditoriale, tanto che la maggioranza dei ragazzi studiano per avere un lavoro statale sperando di raggiungere il posto fisso».

C’è poi un paradosso. Se è vero che non è solo la mancanza di lavoro ad affliggere l’Africa e a tarparle le ali, anche per le altre cause (terrorismo islamista in primis) c’è lo zampino dell’Occidente. Così il vescovo camerunense: «Abbiamo una grande instabilità politica, soprattutto nel deserto del Sahara, che deriva dall’uccisione di Gheddafi. L’occidente in pochissimi giorni ha distrutto un Paese dove c’era un principio di sviluppo. Boko Haram che ha distrutto il nord del Camerun nasce proprio da questo».

PRONTO UN  “PIANO MATTEI” PER L’AFRICA

Ecco perché il «grande Piano Mattei per l’Africa», la cui presentazione è stata purtroppo appena rinviata a gennaio 2024, suona ormai come ultima chance. Un piano che anche alla luce della lezione del vescovo camerunense dovrà necessariamente passare per impegni concreti, incisivi, tali da creare quel tessuto industriale senza il quale per l’Africa non può esserci sviluppo. Nel farlo bisognerà anche abbandonare quello sguardo da colonizzatori che, più o meno apertamente, ha caratterizzato l’operato di chi ha sfruttato terre ricche di materie prime e ha dato indietro soltanto briciole. Sembra centrare il punto il primo ministro italiano, per il quale l’aiuto all’Africa dovrà seguire un «un modello di cooperazione non predatorio, in cui entrambi i partner devono poter crescere e migliorare». Rispondendo ad un’interrogazione parlamentare del PD, a Giorgia Meloni ha fatto eco il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. «Niente paternalismi ma un vero partenariato», ha tuonato Tajani rispondendo ad una (provocatoria) interrogazione del PD, «una relazione tra pari. L’Africa vista con occhi africani: in questa logica condivideremo alcune proposte con i governati africani».

«VA RIAFFERMATO IL DIRITTO A NON EMIGRARE»

Tutto ciò nell’ottica di quanto sul punto afferma la “dottrina Ratzinger”, così squisitamente esplicitata il 9 ottobre 1998 in occasione del Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni. «Prima ancora che il diritto a emigrare», disse allora Benedetto XVI, «va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra, […] diritto primario che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione». Fattori che il vescovo camerunense ospite di ACS ha squadernato in modo tale da eliminare ogni alibi.

 

(Fonte foto: YouTube/YouTube)

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