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«I giovani? Sono attratti dal sacro, ma nessuno gliene parla più»
NEWS 14 Giugno 2024    di Giuliano Guzzo

«I giovani? Sono attratti dal sacro, ma nessuno gliene parla più»

«Questo è un libro sulla precarietà dell’esistenza e sul dolore». Quando il professor Marco Luscia, davanti ad un caffè preso assieme in piazza Duomo a Trento, mi ha presentato così Maledetti giovani. Tra paure e speranza (La Vela, 2024), il suo ultimo libro – un tomo di oltre 600 pagine -, confesso che ero un po’ intimorito: dal tema trattato, non proprio leggero, e dalla stessa, poderosa mole del volume. Invece leggere quest’opera sì vasta ma strutturata in tantissimi capitoletti, perciò sorprendentemente ariosa a dispetto di come appare, è stato non solo piacevole ma anche molto arricchente. Di qui l’idea di risentire Luscia, che mi onora della sua amicizia da tanti anni, per approfondire meglio la sua ultima fatica, acquistabile sul sito della casa editrice come su Amazon – e che sarà presentata domani a Rovereto, ore 11:00, in via Orefici 9, alla Sede Alterfestival.

Professor Luscia, nel libro scrive che «il mondo che circonda i giovani non propone nulla di veramente profondo, ma soltanto forme sature di fariseismo. Questo i ragazzi lo sanno, lo sentono. Per questo soffrono maledettamente» (p.181). Quindi non è vero che i giovani sono superficiali, ma al contrario ad esserlo è il mondo che non propone a loro nulla di vero? «Dire “nulla di vero” è un po’ forte come espressione. Però è fuori di dubbio che i giovani siano estremamente sensibili e che reagiscano anche alla profondità delle proposte».

Cosa intende? «Quanto più una proposta è profonda tanto più, generalmente, i giovani la riconoscono. Perché io penso che la verità in qualche modo l’uomo riconosce e, in primis, la riconosce il ragazzo – prima di essere completamente sedotto da tutti i luccichii, diciamo, del mondo che ci circonda. Sa, sono sottovalutati, i giovani. Ma soprattutto a loro si propongono dei principi, chiamiamoli così, effimeri, cioè legati all’obbiettivo immediato, legati al successo, in senso molto lato. Mentre loro amano altro».

Cosa? «Amano la gratuità, amano l’imprevisto, amano il mistero. Anche la sacralità: la riconoscono immediatamente. È che nessuno gliela propone più. Si pensi a miracoli: i giovani sono attratti profondamente dal miracolo e dal soprannaturale, come lo sono da tutto ciò che riguarda la vita oltre la vita e l’escatologia. Sono attratti in maniera profonda, da questo, tutti i giovani: anche i miei colleghi lo dicono. Ma di questo a loro non parla più nessuno».

Che responsabilità hanno i genitori, nel dilagante disagio giovanile odierno? «Secondo me hanno molta responsabilità. Soprattutto in Occidente, intendo. Perché soprattutto i ragazzi che vengono da famiglie non particolarmente benestanti e che hanno fatto un certo percorso, magari i migranti di seconda o terza generazione – che hanno perciò vissuto o sofferto la scarsità -, hanno un altro modo di approcciarsi alla vita. Faccio un esempio. Io ho un’alunna che mi dice: “Quando diventerò medico, la prima cosa che farò è occuparmi di mia nonna e dei miei genitori, per dare loro una condizione di vita migliore”. Questo discorso qui lo fa un giovane occidentale? Mah».

In effetti. «Questo perché la scarsità ti porta all’essenziale e ti educa anche al sacrificio, cosa che oggi non esiste più se non in termini narcisistici. Perché oggi i giovani si sacrificano, sì, ma in termini narcisistici. Cioè: per diventare belle le ragazze fanno la dieta, per prendere un voto alto studiano fino alle 2 di notte, ma non è questo il sacrificio di cui noi avremmo bisogno, tanto più loro. È un sacrificio di tipo utilitaristico».

Ad un certo punto del libro, una ragazza critica l’8 marzo e quelle cose «da femministe» (p.195). L’ideologia femminista sta stancando le giovani? «Guardi, gran parte delle ragazze non sono femministe, almeno quelle che come insegnante conosco. Certo, c’è una esigenza anche giusta di avere le stesse opportunità dei maschi per quanto riguarda l’eventuale carriera, il lavoro, lo studio, eccetera. Dall’altra parte, però, ho chiesto recentemente in una classe prima e su dieci ragazze nove hanno come obbiettivo di sposarsi e di avere dei figli. Quindi non è vero che le ragazze non vogliono sposarsi e avere dei figli, certo andrebbero poste nella condizione di poterlo fare. Poi non ha importanza chi cresce i figli: può esserci anche il papà, anzi deve esserci una condivisione di tutto, ma che la donna abbia una sua specificità legata all’anatomia anche – con buona pace di certo femminismo – è evidente. Fino a quando non avremo trasformato la donna in qualcos’altro, io lo dico sempre».

Cito ancora dal libro parole dei suoi allievi: «Noi non speriamo più in nulla, non immaginiamo il nostro futuro» (p.461). Così le hanno detto dei giovani dopo un incontro a scuola. Chi ha rubato loro la speranza? «Questa che cita è una frase uscita da vari studenti, peraltro non di una mia classe, ma di una insegnante di italiano, quindi neanche con una docente che li sollecita ad essere pessimisti. Se mi chiede perché i giovani hanno perso la speranza, le rispondo che tutto ciò che li circonda è completamente, diciamo così, non definito».

In che senso? «Non è più come in passato, quando uno studiava legge e poi faceva l’avvocato. Oggi non è più così, è tutto incerto. Inoltre, i giovani vengono caricati dell’idea che, se si impegnano in un certo modo, il risultato arriva. Cioè: “Dipende tutto da te”, gli viene detto – questo è il punto. Ora, i più motivati – quelli che hanno maggiore senso del dovere e i più ambiziosi – vengono travolti da questo fatto, che tutto dipenda da loro; e questo genera una incredibile ansia. Contemporaneamente, però, sanno di non avere nulla sotto controllo, perché il futuro cambia continuamente».

Questo che cosa comporta? «Che molti di questi ragazzi anche bravi non pensano al futuro, perché il futuro li angoscia. Cioè: studiano, si applicano, si sacrificano, ma non pensano al futuro. In questo senso, credo di poter interpretare le parole che hanno detto e citava prima. Molti non sanno neanche cosa fare alla fine del liceo».

A proposito di speranze, nelle prime pagine del volume una ragazza le chiede se esista il Paradiso: è la stessa a cui è morto un genitore. Nonostante il pessimismo e la difficoltà, e il fatto che non vadano praticamente più a Messa, nei giovani sopravvive la nostalgia di Dio? «La nostalgia di Dio è enorme, davvero enorme. Però i giovani sono portati a vivere il presente e a non porsi le domande giuste, perché loro vengono abituati a porsi domande che ammettono una soluzione. Cioè: fai questo per ottenere quest’altro, stop. Ma le domande fondamentali – quelle da cui nasce poi anche il senso del divino – ti devono mettere di fronte alla tua precarietà. Io lavoro molto sul senso della precarietà. Quando accade qualcosa di tragico – come la morte di un mio studente in bicicletta, recentemente, studente a cui peraltro è dedicato il mio libro – dove vanno gli studenti? Che cosa fanno? Sono completamente storditi. Ed anche i miei colleghi sono storditi. Non sanno cosa dire, se ne stanno in silenzio, inscenando delle laiche manifestazioni di silenzio che, però, non hanno un contenuto. È il silenzio che non è il rispetto sacro di un evento. Non è il silenzio che c’è in chiesa durante un funerale: è un silenzio senza senso, sotto certi aspetti, che provoca disagio».

Immagino. «C’è stato un momento in cui eravamo in cui, a seguito della morte che dicevo, con gli studenti eravamo in silenzio. Era un silenzio che non finiva mai. Eravamo in cerchio. Ma che senso ha una roba del genere, mi chiedo. Questo perché manca il discorso dell’”oltre”. C’è il bisogno, sicuramente, di eternità, di cui però, anche qui, nessuno parla ai giovani. Rispetto a questo, vorrei evidenziare anche che non possiamo ridurre il cristianesimo esclusivamente alla questione morale. Perché se lo si riduce a questo, si perde la dimensione fondamentale: quella del senso, rispetto alla precarietà e alla morte. Il problema vero è la morte, non che ci siano ingiustizie. Le ingiustizie si possono combattere anche senza la religione, per certi aspetti: ma la morte no. E i giovani lo sentono questo senso della precarietà: basta svegliarli. È da qui che si deve partire, per tornare a parlare di Dio».

Qualche suo alunno ha già letto il suo libro? «Molti l’hanno preso e lo useremo, perché è strutturato in modo tale per cui, da un argomento, sia possibile poi far partire una discussione. Anche molti miei colleghi hanno preso il libro e il riscontro da parte di chi lo ha già letto è molto, molto positivo». (Fonte foto: Pexels.com)

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