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NEWS 25 Settembre 2017    

Il card. Filoni in Giappone. I martiri come modello. L’eredità  dei «kirishitan», i «cristiani nascosti»

di Paolo Affattato
su «Vatican Insider»

 

Una Chiesa che invecchia velocemente e che è chiamata a ripensare la sua missione. E una nazione che da settimane si vede sorvolare da missili balistici nordcoreani. Sono due i significati principali della visita pastorale del cardinale Fernando Filoni in Giappone. In viaggio in terra nipponica fino al 26 settembre, il Prefetto del Dicastero vaticano che sovrintende alle missioni cattoliche – con giurisdizione su oltre mille circoscrizioni ecclesiastiche in America Latina, Africa e Asia – è giunto nel paese del Sol Levante per verificare lo stato di salute della comunità cattolica locale, piccola minoranza di 544mila anime in una Nazione di oltre 126 milioni di abitanti. 

Non potendo tralasciare il delicato momento politico che si vive in Asia orientale, il Porporato ha voluto simbolicamente visitare i luoghi dell’olocausto nucleare, rilanciando un messaggio di pace e riconciliazione. «Hiroshima è il luogo in cui Cristo ha rinnovato il suo sacrificio nel ventesimo secolo», ha ribadito. Hiroshima «oggi significa città della pace, nella quale Dio non ha dimenticato l’uomo, non si è nascosto, ma vi abita», riconoscendo alla città nipponica la vocazione spirituale universale di ricordare al mondo la strage del 6 agosto 1945 e di scongiurare, dunque, nuovi tragici scenari di un odierno conflitto atomico. 

 

Una storia di martirio  

Quella giapponese è una nazione dall’immenso patrimonio storico, politico e spirituale, retaggio tuttora presente nella coscienza collettiva. In questo Paese la storia della Chiesa cattolica ha vissuto fasi alterne e vicende che mostrano profondo spessore di fede: basti pensare a quelle dei missionari e martiri gesuiti, rivangate negli ultimi tempi dal film di Martin Scosese «Silence», tratto dall’omonimo romanzo di Sushaku Endo. O quelle dei «cristiani nascosti», i cosiddetti kakure kirishitan, come li chiamano in Giappone: i battezzati che, per oltre due secoli, dall’inizio del 1600 alla metà del 1800, hanno vissuto la loro fede cattolica nel segreto, trasmettendola di padre in figlio, per sfuggire alle persecuzioni dello shogun Toyotomi Hideyoshi, che nel 1614 aveva bandito il cristianesimo. 

Ha un tempestivo significato simbolico, allora, la notizia, diffusa proprio in felice concomitanza con la visita di Filoni, sul giovane gesuita giapponese Miguel Chijiwa che, secondo le passate ricostruzioni storiche, era descritto tra i religiosi apostati alla fine del secolo XVI. In realtà il giovane battezzato non aveva abiurato: nella sua tomba sono stati appena rinvenuti grani di un rosario, ovvero 59 perline di vetro di cinque colori diversi, con piccoli buchi all’interno. 

In quel di Nagasaki, dove Filoni si è recato, si trovano ancora le tracce dei martiri del XVI e XVII secolo e dei cristiani nascosti, riemersi dopo l’arrivo dei missionari francesi nella seconda metà del secolo XIX. Il santuario e museo dei 26 martiri, intitolato a San Paolo Miki e compagni – che il Cardinale di Propaganda Fide ha visitato – fu fondato nel 1962, a cent’anni dalla canonizzazione avvenuta a Roma, segnando anche il ritorno dei Gesuiti a Nagasaki dopo l’espulsione del 1614. Rappresenta, secondo il suo direttore, Myata Kazuo, «una grande opportunità di conoscenza della storia del Giappone e della missione della Chiesa in Giappone», dato che la maggioranza delle scuole e delle persone che lo visitano non sono cristiane. 

Inoltre, valorizzando la memoria dei martiri, il santuario e il museo potrebbero essere fonte di rinnovato interesse per i cristiani e per la crescita della loro fede: per questo papa Francesco, nella sua lettera ai vescovi giapponesi, che ha aperto e accompagnato il viaggio di Filoni, ha rimarcato che il futuro dei cattolici giapponesi è in qualche modo «riposto nel passato»: la fede dei martiri e dei «cristiani nascosti» è un patrimonio prezioso da cui attingere hic et nunc, in un presente segnato da indifferenza religiosa e agnosticismo. 

 

Il Vangelo nel contesto socioculturale  

In una cornice socioculturale postmoderna, la società nipponica, infatti, imperniata su una cultura efficientista, è caratterizzata da alto tasso di tecnologia, frenetica produzione e consumo di beni materiali, alto livello di competitività della prestazione lavorativa e scolastica. Assorbiti quasi totalmente dal lavoro, con scarso tempo libero a disposizione e l’ansia di prestazione, sembra che i giapponesi abbiano ben poco spazio da dedicare al senso della propria esistenza, alla cura delle relazioni e all’esperienza religiosa. La preoccupazione sulla stabilità e la sicurezza della vita sociale ed economica assorbe gran parte delle energie e relazioni, generando forti spinte individualistiche. Una spia del disagio esistenziale di tale panorama sociale, piuttosto avaro di feconde relazioni umane, è l’alto tasso di suicidi giovanili, fenomeno anch’esso rilevato dalla lettera di papa Francesco. 

In tale contesto sociologico e antropologico si inserisce l’azione pastorale della Chiesa cattolica, che si esplica essenzialmente nelle parrocchie, nelle scuole, in opere sociali, a volte in centri culturali. E che sta trovando un ulteriore campo di apostolato – ma anche un possibile inatteso sostegno – dal fenomeno della crescente immigrazione. Si pensi che il Giappone è sempre stato un paese piuttosto restio all’immigrazione (basti ricordare che per due secoli sono state solo tre le nazioni con cui aveva rapporti commerciali: Olanda, Cina e Corea). Non tanto per motivazioni xenofobe, ma per una sorta di gelosia della propria omogeneità culturale, dell’organizzazione delle strutture sociali, dei propri riti e regole tradizionali. 

Oggi però le previsioni sul futuro della Nazione dipingono un Paese sempre più vecchio (il calo demografico è un trend costante e ci si aspetta che la popolazione scenda dagli attuali 127 milioni a 87 milioni entro il 2060) e l’inesorabile diminuzione della forza lavoro giapponese è alla radice del ventennale periodo di stagnazione economica che caratterizza il paese del Sol Levante. In questo scenario l’immigrazione è considerata una possibile stampella per l’economia, e per la Chiesa rappresenta anche un’opportunità. Basti pensare ai 600mila immigrati battezzati che vivono sul suolo nipponico, giunti da Perù, Brasile, Messico, Filippine, che portano con sè una concezione e uno stile di vita pastorale ben diverso da quello locale. Spesso per gli immigrati la parrocchia è un luogo di aggregazione o perfino il centro delle vita comunitaria: il che sta cambiando volto alla Chiesa nipponica che vive oggi una fase di transizione da «Chiesa duale» (di giapponesi e di immigrati) a «comunità integrata», in un processo di osmosi feconda che, a sua volta, genera nuove vie per la semina del Vangelo. 

 

Il cammino di integrazione pastorale  

Proprio l’espressione «integrazione pastorale» fa capolino a conclusione della lettera che papa Francesco, tramite il cardinale Filoni, ha rivolto alla comunità dei battezzati nipponici. Ed è riferita innanzitutto ai nuovi carismi che, grazie soprattutto ai movimenti ecclesiali, possono rivitalizzare il tessuto della comunità cattolica. In passato realtà come il Cammino Neocatecumenale hanno vissuto difficoltà e conflitti sul suolo nipponico. Nel 2007 i vescovi giapponesi non avevano avuto remore a scrivere in una lettera ufficiale, che «la potente attività simile a una setta sviluppata dai membri del Cammino produce acute e dolorose divisioni e lotte all’interno della Chiesa». E avevano chiesto e ottenuto, dopo una faticosa trattativa con la Santa Sede, la temporanea chiusura (per un quinquennio) del seminario «Redmptoris Mater» che il movimento fondato da Kiko Arguello aveva aperto nel 1990 nella diocesi di Takamatsu.

Ora, trascorso quel periodo, è tempo di un nuovo confronto: se esistono in Giappone 93 congregazioni religiose che offrono la testimonianza cristiana secondo il loro carisma particolare, da più parti si auspica che la Chiesa nipponica apra le braccia a un’esperienza ecclesiale che, come altri movimenti post-conciliari, può contribuire a vivificare l’evangelizzazione in una società del tutto secolarizzata. D’altro canto è indubbio che – come ribadiscono i teologi della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia – in terre distanti anni luce da quelle occidentali, è necessario immergersi nella cultura e nella mentalità locale, in modo da sviluppare una certa «empatia» con quel contesto – processo in cui il Cammino Neocatecumenale sembra faticare – per offrire Cristo non come «elemento alieno», ma come un dono della Grazia che visita l’uomo di oggi. 

È la grazia di Cristo la protagonista della missione. In Giappone, nel rapporto con i non-cristiani – ha spiegato Filoni – c’è bisogno di sacerdoti, religiosi e laici che «svelino l’identità di Gesù attraverso la propria vita, avvicinando tutti con pazienza e amicizia», sperimentando che in tale opera apostolica «il lavoro essenziale è compiuto della Grazia, cioè da Cristo stesso». 

Questi, ha rimarcato il Cardinale, non è «un guru della vita morale» ma «il Figlio di Dio, che offre la sua vita per riscattare l’uomo dalla sua solitudine esistenziale, dalla povertà del peccato e dalle schiavitù che lo umiliano». Fare missione oggi, allora, ha suggerito il Prefetto di Propaganda Fide, «non è un indottrinamento, né una forzatura delle menti e dei cuori». Si aderisce al Vangelo non per «proselitismo ideologico ma per attrazione», con la «libertà interiore di chi scopre di essere figlio di Dio».