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NEWS 7 Marzo 2022    di Federica Di Vito

Sacerdoti ortodossi russi chiedono la fine immediata della guerra

Non di solo Kirill è fatta la Chiesa ortodossa russa. È stata pubblicata una lettera aperta ad opera di più di 280 sacerdoti, arcipreti e diaconi della Chiesa ortodossa russa, nella quale si auspica la fine immediata dell’invasione in Ucraina. «Piangiamo il calvario a cui i nostri fratelli e sorelle in Ucraina sono stati immeritatamente sottoposti», sono queste le loro parole.

Se guardiamo ai dati pubblicati dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani sono ad oggi 351 i civili uccisi e 707 i feriti in Ucraina dall’inizio dell’invasione militare russa del 24 febbraio. «La più grande crisi umanitaria che l’Europa abbia visto dalla seconda guerra mondiale», così ha affermato sabato l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ha visto più di 1,25 milioni di persone fuggite dall’Ucraina e lo sfollamento interno di circa 4,3 milioni di persone.

«Il Giudizio Universale attende ogni persona», con questi toni inveisce la lettera da 284 firme. «Nessuna autorità terrena, nessun dottore, nessuna guardia proteggerà da questo giudizio. Siamo preoccupati per la salvezza di ogni persona che si considera un figlio della Chiesa ortodossa russa, non vogliamo che appaia a questo giudizio, portando il pesante fardello delle maledizioni della madre», continua.

Di certo le loro parole non si nascondono dietro a filtri di qualche tipo: «Vi ricordiamo che il Sangue di Cristo, sparso dal Salvatore per la vita del mondo, sarà ricevuto nel sacramento della Comunione da coloro che danno ordini omicidi, non nella vita, ma nel tormento eterno». Rivolgendosi poi ai soldati combattenti «sia russi che ucraini» affinché «tornino illesi alle loro case e alle loro famiglie» hanno poi affermato: «Ci rattrista pensare al baratro che i nostri figli e nipoti in Russia e Ucraina dovranno colmare per ricominciare a essere amici, rispettarsi e amarsi».

Anche più di 400 ministri delle chiese evangeliche in Russia hanno firmato una lettera aperta contro «l’invasione dell’Ucraina sovrana». Proseguono poi i ministri: «Il nostro esercito sta conducendo operazioni militari su vasta scala in un altro paese, lanciando bombe e razzi sulle città della nostra vicina Ucraina. Come credenti, valutiamo ciò che sta accadendo come un grave peccato di fratricidio, il peccato di Caino, che alzò la mano contro suo fratello Abele. Nessun interesse o obiettivo politico può giustificare la morte di persone innocenti. Oltre allo spargimento di sangue, l’invasione dell’Ucraina sovrana invade la libertà di autodeterminazione dei suoi cittadini. L’odio viene seminato tra i nostri popoli, il che creerà un abisso di alienazione e inimicizia per le generazioni a venire. La guerra sta distruggendo non solo l’Ucraina, ma anche la Russia: il suo popolo, la sua economia, la sua moralità, il suo futuro».

Il Consiglio ecumenico delle Chiese ha scritto anche al patriarca di Mosca Kirill, leader di oltre 100 milioni di cristiani ortodossi russi, di «alzare la voce» e «mediare» affinché l’invasione del presidente Vladimir Putin «si arresti e le grandi sofferenze conclusa». Si ritiene infatti che Kirill sia vicino a Putin, avendo descritto nel 2012 il suo governo come «un miracolo di Dio».

Mentre le tensioni tra i due Paesi si inasprivano un’emittente radiofonica evangelica invitava i cristiani dei due Paesi all’unione. In un’intervista con The Christian Post, Daniel Johnson, che gestisce una trasmissione evangelica ha affermato: «I sacerdoti ortodossi ucraini stanno benedicendo i soldati ucraini affinché combattano contro la Russia, quindi è una scena tragica in cui due fratelli, russo e ucraino ortodosso, si sono completamente schierati per gli obiettivi nazionali del loro unico Paese». Ha poi accusato chi vuole la guerra con questa dichiarazione: «Non si comportano come se fossero cittadini del Regno dei Cieli, prima di tutto, ma piuttosto rappresentano il nazionalismo. E non è quello che siamo come cristiani. La nostra lealtà finale è verso Cristo e il Suo Regno piuttosto che la nazionalità della terra in cui ci troviamo».


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