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Il governo Milei vieta il «linguaggio inclusivo e di genere»
NEWS 28 Febbraio 2024    di Federica Di Vito

Il governo Milei vieta il «linguaggio inclusivo e di genere»

Qualcuno comincia a mettere in atto provvedimenti ufficiali per arginare il linguaggio inclusivo dilagante, mosso dal buon senso e non dal cieco ossequio al politically correct. Così, in Argentina, il governo di Milei ha preso una scelta controcorrente ponendo il veto nelle comunicazioni della pubblica amministrazione a tutte le espressioni che vanno contro le regole della Real Academia Española: «Le prospettive di genere sono state utilizzate come business della politica».

«Si terranno azioni per vietare il linguaggio inclusivo e l’intera prospettiva di genere in tutta la pubblica amministrazione nazionale», ha detto martedì il portavoce presidenziale, Manuel Adorni, nella conferenza stampa alla Casa Rosada, sede dell’esecutivo. Non si potranno utilizzare i fantomatici segni grafici per rendere il linguaggio inclusivo – e più brutto, diciamocelo – e si dovrà «eliminare l’uso non necessario del genere femminile». Adorni ha dichiarato che a differenze delle amministrazioni precedenti non è interessato a entrare in un «dibattito sul linguaggio» come priorità del governo.

Si partirà dalle Forze armate con l’obiettivo di «eliminare l’uso scorretto del linguaggio che potrebbe portare a interpretazioni errate, influenzando l’esecuzione degli ordini e la condotta delle operazioni militari», si legge in una risoluzione pubblicata sui social dal ministero della Difesa. A questo scopo il ministro della Difesa, Luis Petri, è pronto a lanciare una campagna di sensibilizzazione per il divieto del linguaggio cosiddetto inclusivo. Quest’ultimo, in realtà, non era mai stato ufficialmente approvato in ambito militare, ma nel 2020 l’allora ministro della Difesa, Agustín Rossi, aveva affermato che il governo non avrebbe ignorato «i cambiamenti culturali nelle relazioni di genere». Ecco perché si cominciò a distinguere tra “soldato” e “soldata”. Ora però le nuove direttive prevedono che lo spagnolo dovrà essere usato «secondo le regole stabilite dalla Reale accademia spagnola e i regolamenti e manuali in vigore nelle Forze armate».

All’epoca in cui era deputato, Milei si è rifiutato di declinare al femminile la parola “presidente”, aprendo un contenzioso con l’allora presidente della Camera dei deputati argentina, Cecilia Moreau. Che poi, più che un contenzioso potremmo definirlo una gag comica esilarante al massimo per i bambini dell’asilo. Durante una sessione, finito il suo discorso, Milei si era rivolto alla Moreau sottolineando la “e” finale: «Grazie mille, signora presidente». Di fronte a questo, dopo che la Moreau, visibilmente infastidita, ha dato la parola a Romina del Plá, del Fit, quest’ultima ha iniziato con un «Grazie, signora presidenta», pronunciando con forza la lettera “a”.

Davvero oggi si può considerare controcorrente auspicare un uso corretto della lingua? Davvero rispondere a questi giochi di parole, quasi infantili, significa prendere una posizione politica? Sembrerebbe di sì. Che poi, se un certo mondo femminile si sente minacciato da un’impostazione della lingua definita “androcentrica”, forse il problema è a monte. Problema indagato sapientemente in Presidenta anche no!, di Raffaella Frullone. Pare l’abbiano letto anche la Meloni e Milei.

(Fonte foto: Imagoeconomica)


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