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NEWS 15 novembre 2017    
Il Libano ancora sull’orlo del baratro. Eppure è l’ultimo barlume di speranza per il Medioriente
Il Libano sembra essere sull’orla di un’altro grave crisi, potenzialmente foriera di nuovi disastri. Ancora una volta si stanno scontrando rapaci logiche straniere sulla pelle dei suoi cittadini. Eppure il Libano è ancora, nel bene e nel male, quel che resta di un tentativo di realizzare la convivenza possibile fra religioni diverse, e sovente nemiche, e questo per merito oggettivo e storico dei cristiani, vero sale della terra libanese da secoli, segno costante di unità nazionale, simbolo autentico di sovranità e d’indipendenza.

In questo frangente tornano dunque a essere importanti le parole rivolte da Papa Benedetto VI al Paese dei cedri e al mondo ai membri del governo, alle istituzioni, ai capi religiosi e ai rappresentanti del mondo della cultura il 25 maggio 2012 nel palazzo presidenziale di Baabda nel corso del suo viaggio storico e memorabile:

«In Libano, la Cristianità e l’Islam abitano lo stesso spazio da secoli. Non è raro vedere nella stessa famiglia entrambe le religioni. Se in una stessa famiglia questo è possibile, perché non dovrebbe esserlo a livello dell’intera società? La specificità del Medio Oriente consiste nella mescolanza secolare di componenti diverse. Certo, ahimè, esse si sono anche combattute! Una società plurale esiste soltanto per effetto del rispetto reciproco, del desiderio di conoscere l’altro e del dialogo continuo. Questo dialogo tra gli uomini è possibile solamente nella consapevolezza che esistono valori comuni a tutte le grandi culture, perché sono radicate nella natura della persona umana. Questi valori, che sono come un substrato, esprimono i tratti autentici e caratteristici dell'umanità. Essi appartengono ai diritti di ogni essere umano. Nell'affermazione della loro esistenza, le diverse religioni recano un contributo decisivo. Non dimentichiamo che la libertà religiosa è il diritto fondamentale da cui molti altri dipendono. Professare e vivere liberamente la propria religione senza mettere in pericolo la propria vita e la propria libertà deve essere possibile a chiunque. La perdita o l'indebolimento di questa libertà priva la persona del sacro diritto ad una vita integra sul piano spirituale. La sedicente tolleranza non elimina le discriminazioni, talvolta invece le rinforza. E senza l'apertura al trascendente, che permette di trovare risposte agli interrogativi del cuore sul senso della vita e sulla maniera di vivere in modo morale, l'uomo diventa incapace di agire secondo giustizia e di impegnarsi per la pace. La libertà religiosa ha una dimensione sociale e politica indispensabile alla pace! Essa promuove una coesistenza ed una vita armoniose attraverso l'impegno comune al servizio di nobili cause e la ricerca della verità, che non si impone con la violenza ma con “la forza stessa della verità” (Dignitatis humanae, 1), quella Verità che è in Dio. Perché la fede vissuta conduce inevitabilmente all'amore. La fede autentica non può condurre alla morte. L'artigiano di pace è umile e giusto. I credenti hanno dunque oggi un ruolo essenziale, quello di testimoniare la pace che viene da Dio e che è un dono fatto a tutti nella vita personale, familiare, sociale, politica ed economica (cfr Mt 5,9; Eb 12,14). L'inoperosità degli uomini dabbene non deve permettere al male di trionfare. E il non far nulla è ancora peggio».

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