sabato 01 ottobre 2022
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NEWS 20 Agosto 2022    di Giuliano Guzzo

Il nemico giurato degli attivisti trans è una nonna di 80 anni

Tutto ha avuto inizio lo scorso 26 luglio in un luogo che fa rima con sport e relax: una piscina. Precisamente, quella di Mountain View, una struttura di Port Townsend – una città dello Stato di Washington – gestita dall’Olympic Peninsula Ymca. Beninteso, una piscina normalissima, come ce ne sono innumerevoli e delle quali non avremmo mai sentito parlare, se non fosse che è quella in cui da 35 anni era solita andare Julie Jaman. Sì, era. Perché da alcune settimane alla signora – che è difficile immaginare soggetto pericoloso, avendo raggiunto le 80 candeline – non è più permesso entrare in quelle acque. Proprio così: è stata bandita.

Un provvedimento degno di miglior causa ed emesso a seguito d’un diverbio avuto dalla donna con alcuni dipendenti dello staff dello stabilimento. La signora si è infatti lamentata del fatto che, mentre faceva la doccia, aveva iniziato a sentire «una voce maschile» nello spogliatoio, dove c’erano pure delle minori. Una voce che in quella piscina conoscono bene, dato che si tratta di quella di Clementine Adams, dipendente che si identifica come donna ma non ha iniziato l’iter di rassegnazione. Per le sue rimostranze, Jaman è stata accusata di essere «discriminatoria» ed è «stata bandita dalla piscina per sempre». «Non mi hanno neppure chiesto quale fosse il problema né se stavo bene, è come se non aspettassero altro che prendersela con me, è stato sbalorditivo», ha dichiarato la donna.

Ora, questa vicenda in sé avrebbe già dell’incredibile, se non fosse che in realtà è solo l’inizio dell’intera storia. L’anziana nuotatrice, infatti, una volta cacciata dall’amata piscina non si è affatto data per vinta, anzi. Come racconta il New York Post, la signora ha preso a denunciare quello che le è accaduto ai quattro venti. Ne ha parlato in radio, dialogando con Dori Monson al Dori Monson Show, programma pomeridiano molto seguito di una emittente con sede a Seattle. Ha addirittura iniziato a fare comizi pubblici e, nel corso di uno tenuto nei giorni scorsi, è stata contestata dagli attivisti trans, che non si sono limitati a contestarla a voce ma le hanno anche strappato le bandiere delle suffragette che aveva alle spalle. É tutto documentato e ben visibile in un video.

Morale, ora per molti attivisti transgender Julie Jaman è un problema. Non solo perché non si rassegna a ciò che le è accaduto, ma pure perché nei suoi interventi – con un coraggio notevole di questi tempi, va detto – arriva a scandire la più scomoda delle verità: quella del primato dell’identità sessuale. «La biologia ha la meglio sull’ideologia» è infatti una frase che questa nonna battagliera pronuncia spesso. Ed è una frase terribilmente imbarazzante, ora che si vuol far passare l’idea (e spesso ci si riesce) secondo cui ciascuno ha il diritto d’essere “ciò che ci si sente di essere”. Niente affatto, ribatte l’anziana americana. Che, per la franchezza con cui si pone, ha le sembianze ideali di una nonna che saggiamente ricorda non solo all’America, ma a tutto l’Occidente che così la ragione va a farsi benedire. Perché una donna è una donna.

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