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Il primato di Pietro
NEWS 29 Novembre 2017    

Il primato di Pietro

IL TIMONE – Gennaio 2007 (pag. 28 – 29)
di Alfredo Valvo
Il ruolo unico del vescovo di Roma, capo visibile di tutta la Chiesa, ha origine nella Sacra Scrittura. Fin dai primissimi secoli, fu riconosciuto dai vescovi dell’ecumene cristiano. Ed era noto anche alle autorità politiche dell’impero romano.
Nel Vangelo di Matteo (16,18; cfr. Gv. 1,42; Ef. 2,20) è riportata integralmente la risposta di Gesù alla confessione di Pietro: «E io dico a te che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno su di essa.» Queste parole costituiscono l’“atto di fondazione” della Chiesa e rappresentano, per ogni cristiano, l’obbligo di riconoscere – e quindi seguire, nell’obbedienza – l’unità che è stata costituita nella persona di Pietro.
Noi proclamiamo il primato di Pietro nel Credo, nel quale sono compendiati i fondamenti irrinunciabili della fede cattolica, tra i quali il riconoscimento che la Chiesa è «una, santa, cattolica e apostolica», definizione risalente al Concilio di Nicea, del 325. L’unità della Chiesa si fonda all’inizio sulla persona di Pietro e, dopo di lui, sui suoi successori, in quanto Vescovi di Roma. Ai vescovi, infatti, è affidata la conservazione e la continuità della funzione affidata agli Apostoli (tradizione apostolica) di depositari e di interpreti della dottrina cristiana.
Il documento che meglio di tutti descrive i primi passi della Chiesa dopo l’Ascensione di Gesù sono gli Atti degli Apostoli, scritti da Luca come seguito del suo Vangelo. In essi si riconoscono due parti molto ben distinte: la prima, che comprende i capitoli 1-12, ha come protagonista Pietro, al quale gli Apostoli riconoscono un indiscusso primato; questo primato viene affermato pienamente nel I Concilio, quello di Gerusalemme, celebrato probabilmente nel 49. Anche Paolo, protagonista della seconda parte degli Atti (capp. 13-28), si presenta a Pietro (l’incontro avvenne fra il 36 e il 37) dopo aver trascorso tre anni di ritiro in Arabia (Gal. 1,15sgg.) e viene rassicurato dagli Apostoli sulla giustezza del suo insegnamento della dottrina cristiana (Gal. 2,1-2), a riprova che sono gli Apostoli ad essere depositari della Verità rivelata da Cristo, e fra questi a Pietro è riconosciuta la maggiore autorevolezza (6-8).
In verità non si può tralasciare di dire che vero protagonista degli Atti è lo Spirito, che accompagna la predicazione degli Apostoli e dei discepoli, interviene nelle decisioni in maniera esplicita e diretta, ad esempio sciogliendo i dubbi di Pietro (At 10,19, la conversione del centurione Cornelio) e scegliendo i missionari (13,2, la missione di Paolo e Barnaba a Cipro e in Asia minore). Dunque, il primato di Pietro si afferma anche per l’intervento diretto di Dio, attraverso lo Spirito, nella storia.
Il primato di Pietro non si è esaurito con la sua morte; esso continua nelle persone dei suoi successori. In ciò un ruolo decisivo ha avuto l’importanza assunta quasi subito dalla sede di Roma, sia nei confronti delle altre sedi episcopali sia nei confronti del potere politico, rappresentato dagli imperatori romani. Pietro giunse a Roma la prima volta nel 42, seguito da Marco, che ne raccolse l’insegnamento nel suo Vangelo, detto per questo anche Vangelo dei Romani, e Paolo vi arrivò nel 56. Roma, già prima della metà del II secolo (età degli Antonini), rappresenta il luogo di maggior attrazione sul piano ecclesiale. Il Cristianesimo vi era ampiamente diffuso presso famiglie genuinamente romane di varia estrazione, come è dimostrato dall’ospitalità fornita a defunti cristiani nelle aree funerarie riservate a nobili famiglie, come gli Aurelii, i Cecilii, i Flavii e gli Acilii Glabrioni, e dalla presenza di comunità cristiane ospitate in case private (domus ecclesiae), come quella di Sergia Paullina, che apparteneva alla stessa famiglia del governatore di Cipro, Sergio Paolo, convertito da Saulo, che si chiamò da allora Paolo (At 13,4sgg).
Sul finire del II secolo si afferma l’autorità dei vescovi, spesso di grande personalità, impegnati a difendere la tradizione della fede comune e l’unità, soprattutto in Oriente, dove erano sorte numerose eresie. Sebbene ogni regione si presenti con una fisionomia particolare, l’azione dei vescovi è collettiva e tende a diffondere e a rafforzare la fede comune. Tra i primi scrittori cristiani, Ireneo (II secolo), nella sua opera Contro le eresie (5, 20, 1), afferma che coloro che sono della Chiesa custodiscono saldamente la tradizione apostolica, della quale sono depositari i vescovi. La successione episcopale risale dunque agli Apostoli e attraverso di essa noi conserviamo la loro tradizione. Fra le varie sedi episcopali, la Chiesa di Roma, alla quale viene riconosciuta una autorità particolare dagli altri vescovi, anche asiatici, conserva la tradizione ereditata da Pietro.
Nel III secolo il primato di Roma si rafforza. Ne sono un sintomo i due concili che vi si celebrano nel 251 e nel 260. Il sinodo romano e il vescovo di Roma appaiono “personalmente” investiti di una autorità del tutto speciale, come riconosce un altro scrittore cristiano, Cipriano, vescovo di Cartagine, nella sua opera Sull’unità della Chiesa. In questo scritto, che ebbe grande risonanza nella Chiesa d’Africa e dell’Occidente latino, Cipriano vede nella comunione col Vescovo di Roma il fondamento dell’unità della Chiesa. Egli afferma che l’unità della Chiesa riposa sull’unità del corpo episcopale, in comunione col Vescovo di Roma: è la riaffermazione del primatus Petri. In una edizione successiva dell’opera, Cipriano sottolineerà soprattutto l’unicità della Chiesa, a riprova che essa si fonda sul primato riconosciuto al successore di Pietro.
Un implicito ma importante riconoscimento del primato della Chiesa di Roma all’interno dell’impero è fornito dall’imperatore Aureliano (270-275), il quale, conquistata Antiochia di Siria, il cui vescovo era stato destituito, assegnò la sede episcopale a «coloro che erano in comunione con i vescovi della dottrina cristiana a Roma e in Italia». Con ciò si riconosceva un’autorità ecclesiastica legittima, quella di Roma; si tratta anche del primo riconoscimento da parte del potere politico.
Nel IV secolo, da una parte l’autorità del Vescovo di Roma si traduce in una vera e propria autorità disciplinare sotto forma legislativa, vincolante per tutto l’Occidente cristiano, dall’altra, nel Concilio di Costantinopoli (381), viene rivendicato per il Vescovo di Costantinopoli il primato d’onore, al secondo posto dopo quello di Roma. La rigorosa simmetria fra Roma e Costantinopoli stabilita da Costantino in materia istituzionale favorì analoga simmetria fra le due capitali in materia religiosa, anche se Costantinopoli restava “la seconda dopo quella”.
Fra V e VI secolo, nonostante le circostanze storiche sfavorevoli, il primato romano aveva progredito su tutti i piani: dogmatico, disciplinare, giurisdizionale, grazie alla personalità di grandi Papi, coscienti della loro autorità, preoccupati di farla riconoscere e rispettare, come Innocenzo I (401-417), S. Leone Magno (440-461), Gelasio (492-496), S. Gregorio Magno (590-604), cosicché dalla fine del V secolo l’intera Chiesa latina è unificata intorno alla sede romana, e da un punto di vista giurisdizionale rimane acquisito che il ricorso alla Sede apostolica e alla cattedra di Pietro costituisce l’istanza ultima.