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NEWS 2 agosto 2021    di Lorenzo Bertocchi

Jacobs e Tamberi nella leggenda, ma tutti abbiamo una medaglia da vincere

«Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio?». Lo ricordava san Paolo ai Corinzi, per farli stare svegli e spronarli: «Correte anche voi in modo da conquistarlo!».

Marco Tamberi e Marcell Jacobs ieri hanno fatto la loro gara e l’hanno vinta. Due ori leggendari per l’atletica italiana all’Olimpiade di Tokyo, due ori irripetibili: uno nel salto in alto, il marchigiano Tamberi lo vince ex aequo con Barshim, e quello impensabile sui 100 metri del bresciano con sangue texano Jacobs che vince in 9”80 (record europeo e stesso tempo di Usain Bolt alle olimpiadi precedenti, per dire).

Un sussulto azzurro in mezzo a una Olimpiade finora con tonalità piuttosto grigie, che si aggiunge anche all’Europeo conquistato neanche un mese fa dagli azzurri di Roberto Mancini. Un estate italiana che offre gioia in mezzo a una pandemia che stravolge la vita di tutti da diciotto mesi.

La corsa dei 100 metri e il salto in alto rispondono alle domande più semplici, quelle di chi corre più forte e chi salta di più, domande comprensibili a tutti, quelle che si fanno anche i bambini quando si trovano a giocare insieme. Le domande più radicali sono quelle che stanno alla base dell’umanità, naturali e spontanee perché appartengono al senso comune. Oseremmo dire naturali.

Domande che lo sport restituisce alla cultura in modo diretto, quasi mandandola a sbattere contro il principio di realtà che troppe volte viene cancellato da tonnellate di sofismi. Il correre più forte e saltare più degli altri non ammette interpretazioni, qualcuno arriva prima in modo politicamente scorrettissimo e ricorda che l’uguaglianza non è il livellamento delle differenze.

La cosa veramente uguale per tutti è solo la meta, il traguardo che nello sport non tutti tagliano per primi ci ricorda che tutti dobbiamo avere una medaglia da raggiungere nella vita. Per tornare a san Paolo, egli ci ammonisce dicendo che c’è una «corona incorruttibile» da raggiungere, una medaglia d’oro che tutti siamo chiamati a vincere per evitare che l’esistenza si tramuti in una corsa a vuoto.

Questa estate di gioie sportive allora possa ricordare al popolo italiano che ha una cultura della vita nelle sue radici da insegnare al mondo. La meta di questa cultura la indica ancora san Paolo: «Ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno» (2Tm 4,6s). Con questa mentalità le gioie sportive italiane potrebbero diventare occasione di rinascita autentica, perché capace di riconoscere ciò che conta davvero per tutti. Qualcosa di non corruttibile e che non passa, nonostante le differenze e le difficoltà, perché in questa corsa speciale capita che gli ultimi saranno i primi.


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