lunedì 28 novembre 2022
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NEWS 26 Ottobre 2022    di Redazione

La «Chiara» citata ieri dalla Meloni, nel ricordo di Costanza Miriano

Pubblichiamo l’articolo comparso sul Timone n. 178 del novembre 2018 a firma di Costanza Miriano scritto in occasione dell’apertura dell’iter di beatificazione di Chiara Corbella Petrillo. Nel discorso a Montecitorio di ieri, Giorgia Meloni ha citato anche Chiara tra le 16 donne «che hanno osato, per impeto, per ragione o per amore». Non è stato di certo un omaggio usuale, ma proprio per questo di grande valore. Che questo governo possa prendere dalla vita della Serva di Dio Chiara, la sua totale dedizione alla vita, fino ad arrivare a sacrificare la propria per garantire la nascita di suo figlio. Che possa rappresentare un forte esempio di cultura della vita.

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Primo passo verso il Cielo – di Costanza Miriano

Aperto l’iter per la beatificazione di Chiara Corbella Petrillo, donna, sposa e madre che nella straordinarietà ha conservato anche l’ironia

Di tutte le cose che so di Chiara Corbella Petrillo, una non mi si cancellerà mai dalla memoria, ed è il racconto degli ultimi istanti della sua vita, che ho ascoltato dal suo padre spirituale. Allora, circondata dal marito e da tutti i suoi cari, diede un ultimo respiro, e abbandonò la testa all’indietro, coprendosi con il lenzuolo. Nessun dubbio, era morta. E invece no. Chiara abbassò il lenzuolo, fece una specie di cucù sbucando fuori come quando si gioca a nascondino con un neonato, e infine morì davvero.

Penso che solo i santi possano sorridere davanti alla morte, e i santi di prima classe. Solo chi col cuore ha già fatto il passaggio decisivo della vita, quello di dire davvero, completamente sì al Signore, consegnarsi a lui, ed entrare nella vita del battesimo, nella vita eterna già da qui, già da ora. È quel momento in cui scopri che tutto è grazia, che Dio fa bene tutte le cose, che anche la croce è occasione di letizia. Ecco, entri nella perfetta letizia, e non hai più paura di niente. O meglio, hai paura, hai dei dubbi, ma riesci a consegnarti al Signore.

«Non ce la posso fa’»

Non sono stata amica direttamente di Chiara Corbella Petrillo, quando era in vita qui sulla terra, quindi mi sento sempre un po’ in difficoltà a parlare di lei: ci sono diverse persone che le sono state vicine e che hanno raccolto il compito di farla conoscere, insieme al marito e al padre spirituale, fra Vito D’Amato, e non voglio assolutamente prendere il loro posto. Però da amica dei suoi amici, di una in particolare, posso dire che quello che me l’ha resa tanto vicina sin dagli anni in cui era viva e ne seguivo le vicende da lontano, era proprio la sua autoironia, che poi secondo me è uno dei segni più evidenti della grandezza e dell’intelligenza di una persona. Mi ricordo sempre quando la nostra comune amica Lucia mi raccontò che negli ultimi tempi, poco prima di morire, una volta sgridò affettuosamente tutti quelli della comitiva perché avevano le facce lunghe: va bene la malattia, va bene le terapie, va bene tutto, ma sopportare quelle facce scure no, «non ce la posso fa’».

Chissà, forse certi toni celebrativi usati adesso per lei la farebbero anche ridere, tenderebbe a sminuire la grandezza della sua storia che, invece, ha davvero dell’incredibile; forse non permetterebbe che la definissimo una grande santa, un’eroina, lei che prima di morire temeva solamente di andare in Purgatorio (all’Inferno no, pensava che non ci sarebbe andata).

La storia di Chiara

Per chi ancora non la conoscesse, ricordiamo solo che Chiara sposa, giovane, dopo un cammino di serio discernimento il suo ragazzo Enrico, dà presto alla luce una bambina che vive pochi minuti – il tempo di battezzarla – per una grave malformazione; una seconda gravidanza, un bambino questa volta, finisce allo stesso modo (ma la malattia è del tutto diversa e non legata alla prima). Nonostante tutte le pressioni contrarie, i due giovani genitori non pensano neanche un secondo di abortire, ma rimangono sempre nella gioia, decisi ad amare i loro figli così come sono, sani o malati, insomma di accogliere quello che viene, accompagnando la seconda bambina nei pochi momenti di vita, anche lei battezzata in ospedale. Infine, alla terza gravidanza, il bambino nel grembo di Chiara cresce sano, ma è lei che dopo poco scopre di essere malata: ha un tumore, e di un tipo molto aggressivo. Sceglie di non anticipare il parto, e di fare tutto quello che può perché il bambino cresca bene, quindi cure solo se non dannose per lui. Quando il piccolo Francesco nasce, la mamma comincia la cura più aggressiva, ma ormai è tardi, e dopo circa un anno muore.

Fiat voluntas tua

Muore, come abbiamo detto, felice e nelle ultime ore lieta perfino, nonostante dolori fortissimi, insopportabili. Muore circondata di affetto, distribuendo affetto. Muore dopo un pellegrinaggio a Medjugorje nel quale non chiede la sua guarigione, ma di saper dire la preghiera delle preghiere, quel “sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra”. «Come facciamo a strappare la grazia?», chiedono ai veggenti i suoi amici. «No, per carità, non strappiamo proprio niente, diceva lei. Se chiedo la guarigione sposto solo il problema di cinquanta o sessanta anni: prima o poi mi si ripresenterà». Insomma, imparare a dire «sia fatta la tua volontà», qualunque essa sia, è la vera preghiera.

È questo che più mi colpisce di lei. Conosco tante donne che probabilmente almeno in teoria, avrebbero fatto la stessa scelta, cioè mettere la vita del figlio davanti alla propria. Anzi, direi che forse è la scelta più naturale per ogni donna: gli altri figli di Chiara erano già in cielo, era naturale per lei come per molte donne rischiare tutto per dare la vita all’unico figlio (ripeto, in teoria, poi bisogna trovarcisi, ma insomma). Mi pare che quello che fa la differenza sia il modo in cui Chiara lo ha fatto: non lamentandosi, non maledicendo Dio, non chiedendo «ma perché a me?», non autocommiserandosi. Prendendo invece con molta serietà ogni sua scelta, ogni sua azione, dalla confessione alla decisione di non stabilire la data per il parto dei suoi figli malati, affidando a Dio tutti i particolari della sua vita. Serietà ma anche tanta leggerezza, allegria, senso dell’umorismo.

La pasta che neanche il cane

Ricordo che la mia amica Lucia condivideva con lei, e a volte me ne raccontava, la sua fatica nel diventare una “brava casalinga”, occupazione – che come è successo credo a tutte noi alle prime armi – all’inizio sembra un ostacolo insormontabile a molte altre attività, tipo per esempio la preghiera. Chiara riusciva a infilare giaculatorie e rosari volanti, interrotti e poi ripresi, mentre faceva le altre cose di casa (quindi, anche in questo, una di noi!).

Una volta chiesi a Enrico se fosse perfetta in tutto, anche in cucina (non ricordo, forse ero reduce da uno dei miei stufati bruciati o altri esperimenti culinari falliti, quelli che mi capitano quando tento di camuffarmi da una donna di casa). Lui si mise a ridere, e mi raccontò del primo piatto di pasta che Chiara cucinò per lui: dopo averla lessata, ci rovesciò sopra un barattolo di passata di pomodoro, così com’era, senza fare il sugo, senza aggiungere niente. Faceva talmente schifo che neanche il cane la volle.

Dietro ai suoi piccoli passi

Ecco, io che tengo la sua foto attaccata alla credenza con i papaveri in cucina, la penso spesso, non solo quando cucino, la penso tutti i giorni, e la sento vicina nelle piccole cose che faccio, anche in quelle che sbaglio. Penso che forse è capitato anche a lei. La penso nelle piccole attenzioni che cerco di avere per i miei figli, perché lei, come raccontano gli amici, ne aveva per tutti. La immagino guardarmi con affetto anche quando quelle attenzioni non le ho, tipo quando urlo come una strega, e le chiedo di aiutarmi intercedendo per me (Chiara, però tu non hai avuto figli adolescenti, sii buona con me, non sai cosa vuol dire quando un figlio decide di testare la tua pazienza, e tu invece vorresti testare la consistenza del muro, appiccicandocelo). Credo che Chiara non vorrebbe che la sentissimo un modello inarrivabile: a volte mi sembra di sentirla dire che i piccoli passi possibili che a ognuno di noi è chiesto di fare, sono esattamente nel luogo in cui il Signore ci ha messo. Per lei ha scelto una storia molto speciale, e adesso con la causa di beatificazione la indicherà ai giovani di tutto il mondo come una via da percorrere. Ma è speciale la storia scelta per ciascuno di noi, proprio lì dove lui ci vuole, perché il posto che abbiamo nel piano di Dio è insostituibile, anche quando a confronto con lei ci sembra così oscuro e così poco eccezionale.

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