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NEWS 21 Ottobre 2018    di Redazione

La Chiesa e la nascita degli ospedali

di Francesco Moraglia* (in occasione della visita alla Scuola Grande di San Marco, Venezia, 12 ottobre 2018)

Gli ospedali – che per noi, uomini e donne del XXI secolo -, rappresentano qualcosa di “scontato”, anzi di “dovuto” e che ritroviamo comunemente nel profilo urbano delle nostre città – non sono sempre esistiti; hanno avuto anch’essi una loro origine e un loro sviluppo, esprimendo le ricchezze e le povertà delle diverse epoche. Si danno periodi ben precisi in cui le strutture destinate a curare la popolazione ammalata (i nostri ospedali) si sono, via via, costituite e, progressivamente, sviluppate progredendo anche in base alle nuove acquisizioni, sia della scienza sia delle tecniche mediche. (…)

L’epoca cristiana vide crescere l’attenzione o, meglio, la cura della comunità nei confronti dei malati, dei portatori di handicap e di coloro che erano segnati nel corpo da fragilità legate a malattie contratte o che portavano in sé dalla nascita. Il cristiano, ovviamente, mostra nei confronti dei sofferenti una sensibilità particolare poiché la misericordia fa parte del cuore del messaggio evangelico; la tenerezza di Dio verso l’uomo si manifesta in Gesù che è la pienezza della Rivelazione, ovvero della misericordia del Padre che si china sull’umanità. A riscontro di ciò si può citare l’intero Evangelo che, in ogni sua pagina, pulsa del comandamento divino della misericordia. (…)

Il vero spirito evangelico, che dovrebbe animare ogni cristiano di fronte alla sofferenza e alla malattia del prossimo, si manifesta nei santi della carità che hanno saputo realmente “inventare” modi per sostenere e aiutare i sofferenti secondo le possibilità della loro epoca.

CAMILLO DE LELLIS

Un innovatore nell’aiutare e curare i malati fu Camillo de Lellis (1550-1614); il suo stile o, meglio, la sua passione e la sua carità ci vengono attestati dalle precise indicazioni che impartiva ai suoi figli spirituali: «Quando la sera tornava in convento – scrive Antonio Sicari – chiamava i suoi frati in capitolo, metteva un letto in mezzo alla sala, ammucchiava materassi e coperte, chiedeva a uno di distendersi e poi insegnava agli altri come si rifaceva un letto senza disturbare troppo il malato, come si cambiava la biancheria, come bisognava atteggiare il volto verso i sofferenti. Poi li faceva provare e riprovare. Ogni tanto gridava: ”Più cuore, voglio vedere più affetto materno”. Oppure: ”Più anima nelle mani“» (Antonio Sicari, Ritratti di santi, Jaca Book 1988, pag. 61).

Di fronte alle strutture sanitarie dell’epoca – di cui Camillo ebbe modo di usufruire, conoscendole quindi, durante alcuni suoi ricoveri – avvertì per primo la necessità di elaborare una tecnica di sostegno dei malati che li aiutasse, in base alle scarse nozioni mediche del tempo, ad affrontare le differenti situazioni di sofferenza e disagio. A tale proposito, presso l’Archivio di Stato di Milano, possono essere consultate le “Regole per ben servire i malati”.

Camillo, illetterato e capace di accedere all’ordinazione sacerdotale solo per meriti acquisiti “sul campo”, divenne il fondatore della assistenza infermieristica la cui testimonianza – come detto – è riscontrabile consultando le appena citate “Regole per ben servire i malati”, una preziosa testimonianza di tecniche infermieristiche finalizzate al benessere del malato secondo le conoscenze del tempo.

Comprendiamo, allora, come con il progressivo affermarsi della cultura orientata in senso cristiano l’ospedale – che non poteva ancora contare su una vera scienza medica – si sia originariamente affermato come luogo di carità in cui si viveva e ci si impegnava prendendosi cura della persona considerata nella sua dignità di figlio o figlia di Dio e come qualcuno che, comunque e sempre, appartiene alla società e non può essere dimenticato e abbandonato. In sintesi, si percepiva che il malato era un fratello, colui che – in ogni modo – mi apparteneva. (…)

A noi interessa ribadire il legame stretto tra epoca cristiana e il costituirsi degli ospedali e di strutture simili; dove l’accoglienza dei bisognosi non avveniva più secondo criteri “soggettivi” e, in qualche modo selettivi, ovvero tendenti a discriminare e ad escludere (ad esempio i “nostri” malati…) ma secondo un criterio di apertura universale, ossia, nei confronti di tutti e sempre.(…)

L’universalità del soccorso, non l’aiuto dato ad alcuni escludendone altri, non solo ai consanguinei o a quelli della propria parte politica ma a tutti, nel nome di Dio che è Padre comune, è la nota qualificante dei discepoli di Gesù, come insegna il Vangelo. (…)

BASILIO MAGNO

È significativo che san Basilio Magno (329-379) – uno fra i grandi Padri della Chiesa, conosciuto come fra i massimi teologi dell’antichità e vescovo di Cesarea di Cappadocia – fosse conosciuto, oltre che per il suo sapere teologico, anche o soprattutto per la sua carità verso i malati, per il suo modo di stare personalmente con loro, tanto da arrivare a fondare un ospedale nella sua città vescovile.

San Basilio è universalmente conosciuto come uno dei massimi teologi della Chiesa, per le sue numerose opere e dispute teologiche con ariani e macedoniani nonché per essersi opposto, con forza, allo strapotere dell’imperatore Giuliano. Non molti, però, sanno che fu anche uomo di grandissima carità, uno dei primi organizzatori della carità; egli, infatti, arrivò perfino a far costruire una cittadella della carità chiamata “Basiliade” con locande, ospizi, ospedale e lebbrosario e proprio questa – giova rimarcarlo – fu la sua più grande opera che gli valse, appunto, il titolo di Magno.

San Basilio esprime così, con la vita, come la cultura e la carità, la ricerca dell’ortodossia della fede e il soccorrere l’uomo sofferente non sono in opposizione fra loro, al contrario, convivono – e, di fatto, hanno convissuto – nella stessa persona. Il grande vescovo di Cesarea di Cappadocia, in modo mirabile, seppe unire nella sua persona l’amore per la vita contemplativa, l’amore per lo studio, la cultura, la difesa della retta dottrina insieme all’amore e alla vicinanza nei confronti dell’uomo concreto che soffre; ne seppe asciugare le lacrime, curandone le piaghe del corpo. (…) (fonte)

*Patriarca di Venezia


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