giovedì 26 novembre 2020
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NEWS 6 settembre 2019    di Giuliano Guzzo
La fine delle notizie secondo John Waters

Le notizie sono finite. E’ la tesi di una lunga riflessione dello scrittore irlandese John Waters apparsa su First Things proprio con questo titolo: «The end of the news». L’intervento, davvero molto articolato, è una disamina sulla parabola discendente del «quarto potere», espressione nata in Inghilterra quando, durante una seduta della Camera dei Comuni del Parlamento inglese avvenuta nel 1787, il deputato Edmund Burke esclamò rivolgendosi ai cronisti parlamentari seduti nella tribuna riservata alla stampa: «Voi siete il quarto potere!».

Da allora ad oggi, secondo Waters, non sono passati secoli ma addirittura ere geologiche. Infatti attualmente, secondo lo scrittore irlandese, «al posto di un mezzo che un tempo serviva alla conversazione collettiva sembra essercene uno il cui fine sembra solo quello di imporre il pensiero di alcuni e il politicamente corretto». «Quasi da un giorno all’altro», ha aggiunto l’intellettuale, «i giornali sono diventati arieti per ordini del giorno come le istanze Lgbt, i diritti di aborto, il globalismo, le frontiere aperte, e il razzismo contro l’uomo bianco, che divide il mondo a priori in buoni e cattivi».

Sono riflessioni sui cui vale la pena soffermarsi perché i mass media e in generale i mezzi di comunicazione non sono affatto, come si sente spesso dire, sul viale del tramonto. Anzi, danno segni di rinascita se si pensa – solo per stare al nostro Paese – che, secondo una recente rilevazione dell’osservatorio Demos-Coop, la percentuale degli italiani che li consultano quotidianamente, dal 2017 al 2018, è lievitata dal 17 al 20 per cento, facendo registrare un inatteso cambio di tendenza.

Per non parlare poi della capillare diffusione Internet e della stessa televisione, che rimane il principale mezzo di informazione per molti–anzi, per sempre più persone–, considerato che coloro che dichiaravano di accenderla tutti i giorni è passata dall’80 per cento del 2013 all’83 dello scorso anno. Anche i settimanali sono sempre più letti: il 6 per cento degli italiani che li impiegava per restare aggiornato nel 2007, oggi è arrivato all’11 per cento.

Siamo sempre più esposti ai media, insomma. Con il risultato, da questo punto di vista, che nessuno può dirsi davvero estraneo alle numerosissime influenze esercitate, oggi, a più livelli. Tanto più che, come ha osservato John Waters, per molti giornalisti ora è diventato «lecito ignorare storie diventate scomode per le nuove agende del giornale. Perseguendo strategie oltre ogni livello di ragionevolezza, decenza o fattibilità». Che il grado di politicizzazione dei media oggi sia inaudito risulta confermato anche dalle parole rilasciate in una recente intervista da Lara Logan – già inviata di guerra in Iraq e in Afghanistan e corrispondente della cbs – secondo cui negli Stati Uniti «l’85 per cento dei giornalisti è tesserato democratico, il 14 per cento non si è tesserato per pigrizia e solo il rimanente uno per cento, forse, è di destra». Ma, sempre secondo quanto dichiarato dalla giornalista in una lunga intervista rilasciata nel febbraio di quest’anno, l’«enorme problema» non è solo statunitense, dato che «i media di tutto il mondo sono per lo più liberal».

La denuncia sulla fine dell’informazione come classicamente intesa sembra insomma avere un suo fondamento. Ma Waters chiude il suo intervento con una previsione sull’implosione dei mass media asserviti al potere: «Forse la totale incapacità di sapere cosa è vero da cosa è falso alla fine demolirà ciò che resta dei media mainstream e consentirà a qualcosa di nuovo e decente di emergere dalla polvere». Una previsione che è anche un auspicio, evidentemente, difficile da non condividere.


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