mercoledì 25 novembre 2020
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NEWS 1 maggio 2020    di Giuliano Guzzo
La maggioranza degli Stati negli Usa permette le messe ai tempi del Covid

Sono senza alcun dubbio il Paese più flagellato dalla pandemia, con enorme e tragico distacco su tutti gli altri determinato da oltre 1 milione di persone contagiate dal coronavirus e da quasi 65.000 vittime: eppure alla chiesa e alle funzioni religiose non rinuncia. Stiamo parlando degli Stati Uniti dove, secondo un monitoraggio a cura del Pew Research Center, pare vi siano a tutt’oggi pochissime limitazioni alla libertà di culto; il che è senza dubbio una notizia di sostanzioso rilievo.

Infatti, nel tentativo di rallentare urgentemente la diffusione del coronavirus, ogni Stato degli Stati Uniti – com’è comprensibile – ha emesso linee guida, disposizioni o ordinanze che limitano l’interazione sociale in favore di quel distanziamento che, assicurano gli esperti, è vitale per frenare il Covid-19. Eppure dette regole, ha sorprendentemente scoperto il Pew Research Center, non si applicano sempre in modo uniforme quando si tratta di servizi di culto di persona e altri incontri religiosi.

Non solo. Appena 10 Stati – su 50 – stanno di fatto impedendo raduni religiosi di persone in qualsiasi forma; detto elenco include la progressista California dove, peraltro, un gruppo di chiese ha citato in giudizio il governatore Gavin Newsom dinanzi al tribunale federale per ciò che sostengono sia una violazione del loro primo emendamento al libero esercizio della religione.  Un’iniziativa legale andata a buon fine dato che è della scorsa settimana la notizia che un giudice federale ha respinto la richiesta governativa di trattenere i servizi religiosi.

L’America si conferma quindi davvero terra di autentica libertà, con svariati Stati quali Florida, South Carolina e Tennessee che, in piena pandemia, hanno deciso di considerare addirittura il culto religioso come «essenziale», cioè nella stessa categoria della spesa alimentare e dell’assistenza sanitaria.  Tutto questo, si badi, mentre i Centers for Disease Control and Prevention – importante organismo di controllo sulla sanità pubblica americana – continuano a raccomandare che le riunioni di oltre 10 persone vengano cancellate. Cosa se ne ricava? Che il popolo americano ha forse una bizzarra e naturale tendenza autolesionistica, nel momento in cui garantisce l’esercizio di culto durante la pandemia? La risposta è bene lasciarla, qui, al lettore.

Quel che preme ora rammentare è che questa notizia – rilanciata, giova ricordarlo, non da qualche blog di dubbia affidabilità ma dallo stimato Pew Research Center – conferma come il bisogno religioso non sia qualcosa di accessorio; neppure in Paesi tecnologicamente avanzatissimi e neppure in tempi di pandemia. Motivo per cui pare davvero opportuno che in Italia, nel momento in cui ripartiranno dal 4 maggio in poi tutta una serie di attività, si faccia davvero il possibile per ripristinare la temporaneamente sospesa possibilità di celebrare messe.

Sappiamo che l’esecutivo, dopo vari stimoli, è al lavoro per delineare protocolli al riguardo che, si spera, possano essere resi noti al più presto. Nel frattempo, per restare a noi, è impossibile non guardare con qualche ammirazione a quei 40 Stati americani che neppure nella loro ora più buia se la sono sentita di limitare presso la popolazione la possibilità di celebrare, direttamente a Casa sua, cioè in chiesa, quel Dio da cui tutto davvero dipende. Pandemia inclusa.


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