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NEWS 19 febbraio 2019    di Raffaella Frullone

La nuova moda delle bambole reborn, quando l’«amore» è un surrogato

Campeggia a Milano, nella zona di Porta Venezia, un manifesto che ritrae una mamma seduta con un bimbo in braccio. Il viso si intravede appena, è china sul neonato, indossa il costume da bagno ed è seduta a un tavolino apparecchiato per due, ma la sedia di fronte a lei è vuota. Il bimbo indossa un body a pois bianco e blu e il suo sguardo non si posa sulla madre, sembra perso nel vuoto. Sopra questa immagine, a caratteri cubitali, la scritta «Surrogati. Un amore ideale 21.2 – 22.7.2019» e l’intestazione Osservatorio Fondazione Prada. Di questi tempi, in cui si cerca in tutti i modi possibili di far passare la barbara pratica dell’utero in affitto, che reifica i bambini rendendoli oggetto di contratto e schiavizza le donne, quella scritta fa rabbrividire. Sembrerebbe l’ennesimo tentativo di sdoganare una pratica illegale nel nostro Paese: una breve ricerca e scopriamo che non è così. Ma c’è poco da consolarsi.

Si tratta di una mostra che espone 42 fotografie di Jamie Diamond ed Elena Dorfman, fotografe statunitensi. «Il progetto esplora i concetti di amore familiare, romantico ed erotico», spiega la curatrice Melissa Harris nel comunicato stampa di presentazione. «Entrambe le artiste scelgono un aspetto specifico e insolito di questo tema universale: il legame emozionale tra un uomo o una donna e una rappresentazione artificiale dell’essere umano. I lavori di Diamond e Dorfman documentano in modo vivido e senza pregiudizi le interazioni tra gli uomini e i loro compagni inanimati ma realistici».

Quello nel manifesto, dunque, non è un neonato, ma una bambola cosiddetta reborn, ovvero bambole in vinile straordinariamente realistiche, realizzate con capelli veri e materiale del tutto simile alla pelle umana, con un riproduttore di battito cardiaco e un magnete in bocca per trattenere ciucci o biberon. Non si tratta solo di fantasie artistiche ma di un fenomeno in crescita, nato, ça va sans dire, negli Stati Uniti, ma prontamente sbarcato in Europa, dove un numero sempre crescente di donne si fingono madri portando a spasso questa bambola – al parco, dal pediatra, al bar – e comportandosi come fosse un bambino vero. Lo step successivo della bambola erotica, dunque. E questo è infatti uno dei temi della mostra, che si sviluppa su tre filoni.

Nelle serie Forever Mothers e Nine Months of Reborning, la Diamond ritrae la vita di una «comunità outsider di artiste autodidatte chiamate Reborners, che realizzano e collezionano bambole iperrealistiche con cui interagiscono per soddisfare il proprio desiderio di maternità». Still Lovers, la serie di fotografie che ha dato visibilità internazionale alla Dorfman, è invece «incentrata sulle persone che condividono la propria quotidianità domestica con realistiche bambole erotiche a grandezza naturale». Come si legge ancora nel comunicato: «Le sue fotografie si addentrano nei legami che si instaurano tra umani e donne sintetiche perfettamente riprodotte e obbligano l’osservatore a riconsiderare la propria visione di amore e riflettere sul valore di un oggetto in grado di sostituire un essere umano. L’intento non è quello di enfatizzare la devianza rappresentata da questi surrogati sessuali, ma di svelarne il lato nascosto ritraendo l’intimità tra carne e silicone».

Dopo il sesso senza procreazione, e la procreazione senza sesso, oggi celebriamo anche la relazione senza persona, l’amore senza l’amato. Come se veramente bastasse un surrogato.


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