martedì 31 gennaio 2023
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NEWS 30 Ottobre 2022    di don Luca Mele

La predica corta della domenica – Non vergognarsi della “bassezza”

XXXI Domenica, Vangelo Lc 19,1-10

Non è corretto parlare di sé in un’omelia, figuriamoci esordire con riferimenti personali. Mi si perdoni, perché come premessa tengo a precisare che vengo da una terra conosciuta per la sua ospitalità, pur con le sue contraddizioni e mille fraintendimenti. Tra questi equivoci c’è la concezione da parte di qualcuno secondo cui si possa visitare la Barbagia per mangiare e bere gratuitamente. Dunque, se sono l’opportunismo o l’egoismo a prendere il primo posto, non la voglia di stare insieme, viene difficile accogliere lo “scroccone” (non lo si potrebbe definire in altro modo).

A volte mi sono chiesto: “E se il Verbo si fosse fatto carne nel centro della Sardegna, autoinvitandosi da una famiglia all’altra, senza mai organizzare uno spuntino a casa sua? Avrebbero davvero aperto le porte al «mangione e beone»?”. Domanda assurda, anche perché tutto il mondo è paese e non influisce nemmeno la distanza cronologica. Nei quattro vangeli, i numerosi protagonisti della Palestina di due millenni fa non potevano negare come questa attenzione di Gesù fosse non solo da lui stesso ricambiata, ma addirittura ne riconoscevano la precedenza. Perché mi hai accolto nel tuo cuore, ti faccio entrare nella mia intimità.

Ne ha voglia quel tappino supponente e ladro di correre per emergere dall’abisso di Gerico arrampicandosi: per lui è già tutto apparecchiato da chi vuole «salvare ciò che era perduto», da colui che sprofonda al suo livello. Salvare l’insalvabile perché, parafrasando l’autore della Sapienza, non «se butta niente». Dio scende, come nella bottega del vasaio, e con le stesse mani rimpasta la medesima terra da cui è stato plasmato tutto con volontà e amore.

La con-passione è avvertita immediatamente da Zaccheo. E in questa precipitosità gioiosa, coerentemente il Signore non poteva omettere avverbi eloquentissimi. Un «subito» tanto irriverente quanto appassionato che non dà ascolto alle chiacchiere, come dicevamo la settimana scorsa. Non c’è tempo, «oggi», per le convinzioni di allora; «le cose di prima sono passate, ne sono nate di nuove». Adesso, «ora» è speranza, conversione, giustificazione, sequela, salvezza. Anche l’attivismo del capo dei pubblicani, che erroneamente si potrebbe intendere come un eccesso di entusiasmo, non è un voler ripagare o recuperare: è solo imitare avendo «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù», conseguenza della assoluta gratuità sperimentata e del sentirsi «degno della chiamata». È difficile per un ricco entrare nel regno dei cieli, ma non impossibile.

Mai vergognarsi della propria “bassezza”, guai ad aggrapparsi ad altro… è Cristo che «deve» salvare. Ci si siede umilmente attorno all’altare della misericordia fatta carne e sangue, per mangiare e bere l’immortalità, per gustare la salvezza, per risorgere.

 


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