martedì 31 gennaio 2023
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NEWS 16 Ottobre 2022    di don Luca Mele

La predica corta della domenica – Perseverare sempre

Oggi, grazie al libro dell’Esodo, è proclamato come Dio renda giustizia al popolo eletto difendendolo dall’invasione di Amalèk; nella seconda lettura, Paolo spiega che tutta la Scrittura è utile per educare nella giustizia ed esorta al cospetto di Cristo che «verrà a giudicare»; nel vangelo, un giudice presentato come disonesto fa giustizia ad una vedova davanti al suo avversario.

Vale la pena ricordare la prima domenica del mese, con Abacuc che presta la voce a Dio il quale afferma «il giusto vivrà per la fede». Pure una settimana fa il salmista cantava come Dio abbia «rivelato la sua giustizia».

In questo frangente storico, parlare di giustizia è compito assai arduo e difficile: l’idea che ne abbiamo è quella di tempi infiniti nei vari gradi di giudizio e, paradossalmente allo stesso tempo, di frenetica e morbosa caccia al colpevole da condannare prima di una sentenza ufficiale. La conseguenza è quella di una mancata fiducia, che in verità non si manifesta solo ultimamente. In Sardegna, ad esempio, c’è un detto che si tramanda da tempo: «Zustissia b’abat, ma in domo non colet», che letteralmente si traduce «Ci sia la giustizia, ma non passi a casa», ovvero un riconoscimento del ruolo istituzionale per garantire il bene comune e affinché mai manchi la tutela dei cittadini e non solo, ma senza averne a che fare direttamente.

Secondo il vocabolario Treccani, la giustizia è presentata come «virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge». Per la Chiesa, il Catechismo insegna che essa è sempre una virtù, cardinale e morale, «che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto».

Come capire e fare propria l’identità di Dio «giudice giusto», che «fa giustizia per i suoi eletti»? In che modo spiegare oggi che nel rivendicare i diritti c’è l’obbligo di dimostrare fedeltà ai propri doveri, anche perché i primi non si riducano a capricci? C’è una via che conduce alla scoperta e in questo mese di ottobre attraversa le liturgie domenicali, dato che anche il 23 e il 30 ritorneranno i temi della giustizia e della giustificazione: la preghiera. Mosè prega nel luogo in cui le mani si indeboliscono, aiutato da Aronne e Cur, per sostenere Giosuè; ogni salmo è una preghiera; l’Apostolo «scongiura», Luca – dopo la supplica dei lebbrosi – riporta una parabola di Gesù con l’obiettivo di spiegare la «necessità di pregare sempre, senza stancarsi».

In continuità con quanto già predicato per la XXVII e la XXVIII domenica, è opportuno ricordare che non si può pregare senza fede; anzi, senza “la” fede, almeno per non lamentarci dicendo che Dio non ascolta.

E con la fede l’insistenza, la quale è quasi sinonimo se intesa in termini di fiducia. A volte pregare è spontaneo; farlo con costanza, non solo al momento del bisogno in cui si si sente al limite, non sempre è garantito. Con ragione l’autore della Lettera agli ebrei ci rammenta che abbiamo «solo bisogno di perseveranza», dato che chi si arrende ha perso la certezza e la speranza. Lo spiegano, per concludere, nel metodo e nell’essenzialità che ben si adatta alla semplicità di tanti credenti, anche le litanie e le giaculatorie da ripetere continuamente: non una cantilena, ma un bell’allenamento, perché Dio non si annoia nell’ascoltare, altrimenti non ci direbbe di non stancarci.

 


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