lunedì 28 novembre 2022
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NEWS 17 Novembre 2022    di Giuliano Guzzo

«La pretesa del “diritto di aborto” è l’espressione più terribile dello scarto»

Tutto si può dire, stavolta, ma non che il messaggio cella Conferenza episcopale italiana in occasione della 45esima Giornata Nazionale per la Vita – che ricorrerà il prossimo 5 febbraio 2023 – non sia chiaro ed efficace. Lo è infatti fin dal titolo, che non abbisogna di particolari commenti. «La morte non è mai una soluzione. “Dio ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte” (Sap 1,14)». Ma oltre a questo, colpiscono anche il tono e il contenuto di questo intervento, che parte da una premessa che, in realtà, è un’amara constatazione: «In questo nostro tempo, quando l’esistenza si fa complessa e impegnativa, quando sembra che la sfida sia insuperabile e il peso insopportabile, sempre più spesso si approda a una “soluzione” drammatica: dare la morte».

A seguire, viene sviluppata un’analisi trasversale del macabro dilagare di morte, che inizia ovviamente dal grembo materno. «Quando un figlio non lo posso mantenere, non l’ho voluto, quando so che nascerà disabile o credo che limiterà la mia libertà o metterà a rischio la mia vita» – recita il messaggio della Cei – «… la soluzione è spesso l’aborto». Non mancano poi riferimenti sia all’eutanasia («Quando una malattia non la posso sopportare […] la via d’uscita può consistere nell’eutanasia o nel “suicidio assistito”») sia al suicidio, sia infine – ed è forse l’aspetto più originale di questo messaggio – alla violenza interpersonale, che viene anch’essa interpretata come conseguenza dell’attuale dissacrazione della vita: «Quando la relazione con il partner diventa difficile, perché non risponde alle mie aspettative… a volte l’esito è una violenza che arriva a uccidere chi si amava – o si credeva di amare –, sfogandosi persino sui piccoli».

Per approfondire ulteriormente i contenuti, comunque importanti come si vede, di questo messaggio, Il Timone ha contattato Marina Casini, classe 1966, moglie, mamma, docente universitaria di bioetica e soprattutto presidente del Movimento per la Vita italiano.

Presidente Casini, per riprendere il messaggio della Cei già nel suo titolo, perché “La morte non è mai una soluzione”?
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Perché siamo fatti per la vita, per la cura, per l’accoglienza, per vivere la responsabilità della reciprocità nell’amore. In questa prospettiva scegliere la morte è una sconfitta, perché significa sottrarsi o sottrarre l’altro alla relazione che ci caratterizza strutturalmente e quindi significa rifiutare, recidere, il legame di fratellanza che è il timbro della nostra umanità. La morte si accetta e si accoglie, ma cagionarla e sceglierla e tutta un’altra cosa. Certamente ci sono situazioni molto difficili e pesanti in cui la tentazione di trovare la via di uscita nella morte si fa presente, ma questo è un appello a tutta la società affinché prevenga situazioni di abbandono, disperazione, solitudine, e metta in campo tutte e risorse della solidarietà e della condivisione per vita e per la cura. La morte come soluzione quando il bambino è nel grembo della mamma è ancor più drammatica perché colpisce la sorgente di ogni prossimità, fulcro e modello di ogni accoglienza».

Sempre nel messaggio per la 45esima Giornata Nazionale per la Vita, si denuncia come dietro la “cultura dello scarto”, concetto già caro a Giovanni Paolo II e più volte ripreso da Papa Francesco, vi siano interessi economici. Cosa ne pensa?
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Certamente è così, ne sono convinta, ma sono altrettanto convinta che dietro questa nefasta cultura ci sia anche l’idea che la vita umana non è un valore in se e per sé, ma solo se presenta caratteristiche di godibilità, autosufficienza, piacevolezza, salute… di qui per esempio, la distinzione – culturalmente violenta – tra essere umano e persona. In questo modo si infrange il principio di uguaglianza e la stessa dignità umana proclamata come “inerente” e “uguale”, diventa qualcosa di variabile, graduabile, intermittente. Ci sono poi altri fattori su cui non è possibile soffermarsi in poche battute come il culto dell’autodeterminazione assolutizzata, un’atmosfera culturale in cui prevalgono il consumo, l’immagine, l’indifferenza per chi è più svantaggiato… Insomma, la conclusione è lo scarto dei più deboli, vulnerabili, fragili, tutti coloro che non contano in termini di avere e potere, a cominciare dai più poveri dei poveri che sono i bambini appena concepiti  i bambini appena concepiti per passare poiai gravemente disabili, gli anziani debilitati, i malati inguaribili. Purtroppo ci sono tante altre categorie di scartati, ma per coloro che ho ricordato lo scarto è particolarmente grave perché legittimato dalle società con le leggi o perché si tenta di legittimarlo. L’espressione più terribile dello scarto è la pretesa del “diritto di aborto”».

Come contrastare nei fatti questa “cultura dello scarto”?
«Con un gioioso, costante, profondo impegno per diffondere e promuovere la cultura della vita e cioè per costruire tutti insieme la civiltà della verità e dell’amore: il nuovo umanesimo. Ma da dove partire? La cultura della vita nasce dello sguardo che riconosce l’altro nel suo mistero di bene sempre e comunque prezioso. lo sguardo può essere totale solo se accettiamo di misurarci fino in fondo con la più estrema delle povertà: quella degli uomini senza volto e senza nome che non sono ancora nati e che perciò possono essere facilmente travolti dallo scarto. Per questo Madre Teresa li chiamava “i più poveri dei poveri”. Una società che mette al centro questi figli, simbolo di ogni fragilità, di ogni “non contare”, e che si fa abbraccio per le donne che portano un figlio in grembo, è una società che porta la rivoluzione della speranza, che ha imboccato la strada di un vero progresso, di una nuova costruzione in tutti i settori: politica, economia, diritto». (Foto: screenshot canale Youtube Tv2000it)

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