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La «sacra liturgia» di Wimbledon
NEWS 8 Luglio 2023    di Valerio Pece

La «sacra liturgia» di Wimbledon

Total white, perché ancora oggi, in barba a tutti gli arcobaleni, all’“orgoglio dei colori” usato come clava, sui campi monarchici della periferia londinese si scende in assoluto completo bianco. La prima edizione del torneo, seppure giocato con altre regole, si tenne nel lontano 1877. L’anno scorso si sono invece celebrati i 100 anni della nuova “sede” del torneo più antico e prestigioso al mondo. Era il 26 giugno 1922 quando al gong suonato tre volte da re Giorgio V, gli addetti srotolarono i teloni del nuovo campo Centrale di Wimbledon a Church Road, dove intanto si era spostato l’All England Club. Oltre un secolo di regole, tradizioni, riti, fascino. Gli 8 millimetri esatti di altezza dell’erba; il Royal Box davanti al quale i tennisti devono inchinarsi (fino al 2003 a prescindere che i Reali inglesi fossero presenti o meno!); il falcone Rufus, che ogni mattina viene lasciato volare per allontanare i piccioni (guai a sporcare l’erba regale). Fino ai raccattapalle, scelti con criteri rigorosissimi, incluso un test scritto.

LA “PROFEZIA” DI GIANNI CLERICI

Gianni Clerici, tennista, commentatore e scrittore, sull’unico torneo del Grande Slam giocato sull’erba aveva colto il vero punto della questione. «Wimbledon è qualcosa di più di un torneo, è una religione», così il grande “scriba” del tennis (elogiato finanche da Calvino) morto l’anno scorso a 91 anni. Ma Clerici insisteva nel paragone: «Wimbledon è il Vaticano del tennis. È come per un cattolico andare in pellegrinaggio a San Pietro». È esattamente quello che sotto varie forme vediamo anche in questi giorni, mentre il torneo entra gioiosamente nel vivo (malgrado il “rinascimento tennistico italiano” si sia assottigliato: tra Sinner, Berrettini, Musetti, Arnaldi e Cecchinato, solo i primi due hanno passato il turno).

«Il silenzio è quello che ti colpisce quando giochi sul centrale a Wimbledon», spiegava Rafael Nadal in una inconsapevole rilettura della teologia del cardinal Sarah, «fai rimbalzare la palla lentamente sul morbido tappeto erboso, la lanci in aria per servire, la colpisci e senti l’eco del colpo. E di ogni colpo successivo: clac, clac; clac. L’erba tagliata con cura, la ricca storia dell’antico stadio, i giocatori vestiti di bianco, gli spettatori rispettosi, la venerabile tradizione, nessun cartellone pubblicitario in vista: tutti questi elementi ti proteggono dal mondo esterno».  Sintetizzando “Rafa” Nadal con le sue stesse parole: il silenzio, la venerabile tradizione, protezione dal mondo (fagocitante). Più che un torneo, quindi, Wimbledon è un modo di essere, una risposta garbata al caos quotidiano, cui tra l’altro assiste un pubblico devoto e rispettoso come in nessun altro torneo del mondo (spiace dirlo, ma al suo confronto il romanissimo torneo del Foro Italico, coi suoi bibitari in giro per le gradinate, i fischi e le grida, ha ancora molto da imparare).

IL BORSONE DI SINNER? L’ECCEZIONE ALLA REGOLA

Wimbledon è un torneo che incute rispetto e sprigiona fascino, quasi come una Messa in rito antico rispetto a quella con chitarre scordate e acustica scadente a cui abbiamo ormai fatto l’abitudine.Non è un caso che in questo sacro rispetto per la “liturgia sportiva” le eccezioni, quando arrivano, facciano un rumore assordante. Parliamo ovviamente del borsone Gucci di Sinner, che ha fatto gridare allo scandalo diventando un casus belli. Non era mai successo nella storia di Wimbledon che un tennista portasse in campo un borsone di lusso al posto della tradizionale borsa porta racchette.

Ecco perché il tennista altoatesino ha fatto alzare più di un sopracciglio (e fatto scomodare il New York Times) per essersi presentato sul Centrale con un borsone personalizzato dalla Maison Gucci. Ma la borsa alla moda – per la quale Sinner ha comunque dovuto chiedere un’autorizzazione speciale alla ATP e agli organizzatori di Wimbledon – non può che essere letta come l’eccezione che conferma la regola. Rimangono invece intatte le parole dello scrittore americano David Foster Wallace (che al gioco del tennis ha dedicato un saggio Einaudi dal titolo emblematico, Il tennis come esperienza religiosa): «In un’epoca dove “dissacrante” è un complimento, Wimbledon è ciò che resta del sacro».

L’UOMO HA BISOGNO DEL RITO

Stante il fatto che più le  regole di Wimbledon sono ferree, più tra i tennisti sembra crescere il suo appeal (Jimmy Connors, che vinse due volte Wimbledon raggiungendone la finale altre cinque, in un parallelo con gli U.S. Open usava un sarcasmo centratissimo: «I newyorkesi amano vederti sputare l’anima sul campo in cemento; prova a sputare l’anima a Wimbledon, ti faranno fermare e pulire»), risulterà chiaro, come da sempre insegnano sociologia e antropologia, che tanto rispetto derivi dal fatto che l’uomo ha bisogno dei riti. Un bisogno vitale, ben conosciuto anche dalle dittature più sanguinose.

Subito dopo aver distrutto le splendide chiese ortodosse, Stalin fece costruire l’imponente metropolitana di Mosca, «perché il popolo vuole le sue colonne». Le dinamiche rituali interessano tutte le età della vita, dal momento della nascita a quello della morte: il rito non s’inventa, c’è. E se anche la liturgia cattolica recuperasse certi “dettagli” un po’ frettolosamente abbandonati, magari proprio quelli a cui il Vaticano II con la sua Sacrosantum Concilium teneva particolarmente, la Chiesa si avvicinerebbe ad essere quel che dev’essere: «senza macchia e senza ruga» (Efesini 5,2). Ogni stimolo può essere utile alla causa, anche l’eleganza di Wimbledon (Fonte foto: Facebook: A/B/C)

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