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NEWS 2 maggio 2014    
La santità  di don Oreste Benzi, prete antimoderno, che arrivava dritta come un pugno nello stomaco
di Lorenzo Bertocchi
 
In questi giorni il Vescovo di Rimini, mons. Lambiasi, ha avviato ufficialmente la causa di beatificazione di don Oreste Benzi (1925-2007), il sacerdote riminese fondatore della Comunità Giovanni XXIII, un prete che in strada ci andava davvero e che dell’attenzione agli ultimi ha fatto una lunga sinfonia di vita. Il Card. Rylko, intervenendo ad un convegno del 2012, ricordava ai membri della Comunità che «tutti noi abbiamo bisogno della vostra lettura radicale del Vangelo, quella che avete imparato da don Oreste, e abbiamo bisogno anche della vostra forza provocatoria per risvegliarci da una vita cristiana troppo comoda». Questa radicalità sembra essere la stessa che  Papa Francesco richiama contro il rischio di diventare “cristiani da salotto”.

La figura di don Oreste, definito da Benedetto XVI “infaticabile apostolo della carità”, può effettivamente aiutarci a comprendere qualcosa in più dell’attenzione alle “periferie esistenziali” di Papa Francesco, soprattutto per distinguere dentro la galassia dei cosiddetti “preti di strada”, sacerdoti che spesso finiscono per diventare bandiera, più o meno consapevole, di battaglie che con la fede c’entrano veramente poco.

Di don Benzi è conosciuta l'immagine del prete con la tonaca lisa che va per le strade a consegnare una parola e un rosario alle prostitute, oppure le battaglie per i carcerati, per i senza tetto, per i disabili. Meno lo sono le sue preghiere contro l'aborto, la sua difesa appassionata della famiglia naturale, la sua attenzione misericordiosa, ma senza sconti, alla coppie di divorziati risposati o ai conviventi.

Ancora meno è conosciuta la figura di uomo di fede. Don Benzi ricorda  quei santi sociali come don Bosco, Cottolengo e San Filippo Neri, che hanno fatto grande la Chiesa. In primo luogo va sottolineata l'attenzione di don Oreste ai giovani, quella voglia di andarli a stanare fin dentro le discoteche per dirgli che c'è un altro modo di vivere la vita. In un suo scritto, rivolgendosi a loro, ha detto: “siete stati sradicati dalle vostre origini, vi è stato tolto il futuro dalle mani, siete costretti a consumare emozioni”. Una frase densa di significati.

Il suo confessore, don Girolamo Flamigni, ha ricordato che il fascino che esercitava sugli adolescenti «non era dovuto ad un atteggiamento di modernità», ma ad un annuncio autentico del Signore. «A volte – dichiara don Flamigni - vediamo preti molto bravi che sembrano voler seguire la moda. Sul momento affascinano ma poi non hanno la consistenza profonda per creare il popolo di Dio. Creano gruppi legati alle persone. Lui invece creava un popolo».

La sua spiritualità si fondava sulla Messa: «Se la gente capisse il valore che ha la Messa farebbe a gomitate per partecipare. Per me è l'Atto essenziale perché è il Signore che ti coinvolge nel Suo sacrificio d'amore». Poi la preghiera del rosario che sgranava in ogni dove. “Per stare in piedi devi stare in ginocchio”, amava ripetere.

Nel 2007, poco prima di morire, partecipò alle Settimane Sociali dei cattolici italiani. Don Benzi richiamò le parole di Benedetto XVI alla GMG di Colonia. Concludendo l'omelia sulla spianata di Marienfield il Papa aveva detto: «Io so che voi giovani aspirate alle cose grandi, che volete impegnarvi per un mondo migliore. Dimostratelo agli uomini, dimostratelo al mondo, che aspetta proprio questa testimonianza dai discepoli di Gesù Cristo». Ma don Oreste era preoccupato. «Ovunque ci si gira si è persa, si è sbriciolata e poi è scomparsa la coscienza di essere popolo, popolo di Dio con una missione di salvezza da portare! (…) Così però si ha il tradimento di quella che Bendetto XVI ha chiamato “rivoluzione di Dio”. (…) La gente si sente tradita tutte le volte che ripetiamo parole di speranza, ma non c'è l'azione!»

Don Benzi sapeva suonare la sveglia, e per chi l'ha conosciuto spesso rappresentava un pugno allo stomaco. Ha concluso la sua vita alla Capanna di Betlemme una struttura sui colli riminesi dove si accoglievano i senza tetto. Mentre scrivo ricordo una mia breve esperienza alla Capanna, sette giorni passati a servire. Un pugno nello stomaco che non ho mai dimenticato e che rimando alla memoria tutte le volte che mi capita di essere un “cattolico da pasticceria”.

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