venerdì 27 novembre 2020
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NEWS 20 ottobre 2020    di Raffaella Frullone
Le Barrett nel mirino delle femministe. E di una suora.

Si scrive «Marcia delle Donne» e si legge Marcia femminista contro Trump e tutto ciò che lo rappresenta. Tre anni fa era stata la “regina del pop”, Louise Veronica Ciccone, con la sua proverbiale eleganza, a postare su Instagram una foto della sua intimità tatuata con il logo della Nike accompagnandola con la scritta «Just do it», per invitare le donne americane a partecipare numerose alla manifestazione anti Trump del gennaio 2017, la prima marcia. E fu così che Washington pochi giorni dopo venne invasa da un fiume di donne (s)vestite di rosa e fucsia (evidentemente per abbattere gli stereotipi di genere) che indossavano il cosiddetto Pussyhat, ovvero il cappello a forma di vagina «lo abbiamo scelto – avevano precisato  – perché lo vogliamo riportare al significato di empowerment femminile». Che dire, non fa una grinza.

Da allora la Marcia delle Donne è diventata un appuntamento fisso per femministe, suffragette nostalgiche, mondo lgbtq+*, abortiste, paladine dei “diritti riproduttivi”, intellettuali radical chic e annessi. Quest’anno la marcia è stata anticipata ad ottobre in vista delle elezioni ed è stata un inno a Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte Suprema morta lo scorso settembre, icona liberal e paladina dell’aborto libero, e di conseguenza contro la neonominata Amy Coney Barrett, rea di essere tutto ciò che la Marcia per le donne detesta: pro life, cattolica, plurimamma e per di più con un curriculum d’eccezione. A far sommessamente notare l’incoerenza di dileggiare e offendere offendere una donna… alla Marcia delle donne, sono state Studentesse per la Vita, che si sono presentate alla Marcia ricordanto i diritti delle donne non ancora nate, quelle concepite, nel grembo delle. «Queste bambine potrebbero essere Ruth» fanno notare, ma la provocazione non viene colta, anzi gli animi si scaldano, le femministe in Marcia non sopportano che esistano donne contrarie all’uccisione di una innocente nel grembo della mamma e scattano discussioni culminate in contrasti non solo verbali. «Ci hanno sputato addosso, insultato, molestato, spinto, ci hanno spruzzato la vernice addosso, c’era una carica di rabbia e odio che non ho mai visto», ha dichiarato Stephanie Schmitt Stone, una delle coordinatrici degli Studenti per la Vita.

Ma la rabbia non è solo in casa femminista, anche molti cattolici, o sedicenti tali, si stanno scagliando contro la nomina della Barrett, l’ultima in ordine di tempo è una suora, Simone Campbell, direttore esecutivo di Network, Lobby per la Giustizia Sociale. La religiosa ha lanciato una campagna per invitare i senatori a opporsi alla nomina del giudice.  «Sono preoccupata per le decisioni che potrà prendere» ha detto riferendosi in particolare all’aborto. «Non credo sia giusto nel nostro Paese in cui ci sono molte diversità, imporre per forza la mia scelta di fede sugli altri».

Che dire, anche noi siamo preoccupati Sister Campbell. Più per le sue parole che per quanto accaduto Marcia.


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