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L’embrione, uno di noi”
NEWS 29 Novembre 2017    

L’embrione, uno di noi”

 
 di Carlo  V. BELLIENI
IL TIMONE – Novembre 2004 (pag.  52 – 53)
 
Il feto sente sapori, odori e suoni, tra cui le musiche e la voce di sua madre, e avverte il dolore in modo più acuto di un bambino più grande. Avere dei figli ad età avanzata e concepirli in provetta comporta rischi per la loro salute.
La vita prenatale
Quante cose sappiamo oggi del feto e quanto lontani siamo dal trarre le conseguenze pratiche da queste conoscenze!
Il feto è un essere multisensoriale: sente odori e sapori. Mostra, dopo la nascita, che queste sensazioni l'hanno influenzato in una forma di apprendimento prenatale del mondo esterno. Durante la vita in utero il feto fa esercizi di suzione, di fonazione, di respirazione. Abbiamo dati che ci permettono di dire che il feto in utero sogna e che il feto in utero si abitua ai gusti alimentari della madre.
Abbiamo di recente studiato come il feto si abitua al movimento materno, andando ad analizzare i figli di ballerine professioniste che in gravidanza hanno continuato a fare danza: i figli avevano bisogno di essere cullati energicamente per addormentarsi, mol¬to più di quanto serva ai bambini comuni: segno di una certa memoria dell'esperienza prenatale. Ma sulla memoria fetale dei suoni, per esempio, è stato fatto molto lavoro: addirittura c'è chi ha dimostrato che il feto sente in utero e ricorda poi le musiche che gli arrivano attraverso la parete addominale della mamma, la cui voce alla nascita sa riconoscere, avendola ascoltata per molto tempo prima di nascere. Appena nato, il bambino mostra in maniera scientificamente dimostrata di riconoscere la voce della sua mamma e di distinguerla dalla voce di un'estranea, Dove ha imparato quella vo¬ce, se non nella pancia materna? Esistono anche delle prove dirette. Per esempio, re¬gistriamo come variano i movimenti e la fre¬quenza cardiaca del feto se gli trasmettiamo dei suoni improvvisi attraverso la parete ute¬rina. E vediamo che prima sobbalza, poi si abitua, proprio come facciamo noi quando sentiamo una cosa che Ci interessa. In realtà l'evidenza scientifica è immensa. Non si ca¬pisce come qualcuno possa pensare che «si diventi» persona ad un certo punto, magari all'uscire dall'utero. In realtà, alla nascita dal punto di vista fisico cambia davvero poco: entra l'aria nei polmoni, si interrompe l'ar¬rivo di sangue dalla placenta, cambia il tipo di circolazione del sangue nel cuore, e poco più. Come dico spesso, solo la fede cieca in arti magiche o in qualche strana divinità può far pensare che esista un salto di qua¬Iità «umana» ad un certo punto, non certo la scienza.
Il dolore del feto
E il feto sente il dolore. Dalla metà della ge¬stazione almeno ha in atto tutte le strutture stimolo doloroso, e sappiamo che lo avverte anche in modo più pro¬faccia un bambino più grande. La certezza che il feto senta dolore viene dallo studio del feto uscito precocemente dall'utero, cioè del prematuro, ma solo dagli anni '80 si è avuto il riconoscimento certo della sua capacità di sentire il dolore, che oggi nessuno più nega. Ma anche in utero il feto può sentire dolore, tanto che J. Fisk ha dimostrato che se il feto da 16-18 settimane di gestazione va incontro a stimoli dolorosi, produce ormoni da stress esattamente come un adulto. Parados¬salmente, con fredda logica, in Francia hanno allora proposto di anestetizzare il feto prima di praticare l'interruzione di gravidanza.
Scarsa tutela
Dunque il feto sente dolore, sapore, odori, suoni, ricorda; addirittura sappiamo da studi elettroclinici che può sognare in utero. Tuttavia, questo livello della vita che così dimostra una pienezza di caratteristiche umane, ha una scarsa tutela. Addirittura di lui si prende cura (caso unico se confrontato con altre epoche della vita) non un medico specifico solo per quell’età della vita, ma esperto anche di menopausa, tumori mammari e pubertà.
Nuovi rischi
Cosa vuoi dire che manca la tutela anche dal punto di vista culturale, cioè di comportamen¬to sociale, per la vita prenatale?
L'età della prima maternità è sempre più pro¬crastinata; ma un figlio a 40 anni non è la stessa cosa che a 20. Rischi dell'età materna avanzata possono essere: mortalità neonatale, aborto spontaneo, gravidanza ectopica (cioè destinata a non arrivare al parto) o gravidan¬za gemellare, malformazioni congenite. Negli ultimi anni è stato segnalato che «il recente aumento di nascite di bambini di basso peso (<.2500 g) e di parti prematuri è in parte legato al fenomeno del concepimento in età supe¬riore a 35 anni», Sempre più spesso si ricorre all'amniocentesi, pratica rischiosa per la vita e la salute del feto.
Trovo strano, inoltre, che non si rifletta sul de¬stino dei bambini concepiti artificialmente, come se un figlio concepito in provetta non avesse in assoluto rischi per la salute maggiori di un bambino concepito naturalmente. Alcuni legano gli effetti negativi non solo alla gemel¬larità spesso indotta da questa tecniche, ma anche ad altre alterazioni del normale conce¬pimento: «molti bambini nati da fecondazione in vitro, scrive Bo Stromberg sulla rivista Lan¬cet, sono sani, ma hanno un aumentato rischio di disabilità neurologica». E un editoriale dello stesso numero aggiunge: «I bambini concepiti in Svezia con fertilizzazione in vitro hanno un rischio tre volte maggiore di paralisi cerebra¬le rispetto a quelli concepiti naturalmente». La letteratura scientifica non lesina prove. in que¬sto senso, basterebbe leggerla. Non è difficile capire quali rischi si corrano dunque dal tratta¬re senza le cautele necessarie la vita prenatale. Si capisce qual è il livello di sensibilità di questo nuovo membro della famiglia e come abbia ca¬ratteristiche assolutamente inimmaginate. Co¬sa impedisce allora di trattarlo per quello che è: una persona e, se malato, un paziente?