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«Lo strapotere delle Big Tech? Sottovalutato. Ma si può fermare»
NEWS 9 Agosto 2023    di Giuliano Guzzo

«Lo strapotere delle Big Tech? Sottovalutato. Ma si può fermare»

Non sono purtroppo tanti i libri che hanno il coraggio e la profondità di esplorare un tema delicato quanto decisivo quale, senza dubbio, è quello del rapporto tra i colossi della Rete e dei social network e la democrazia. Eppure è un rapporto che merita di essere indagato, specie considerando quali possono essere –  e già sono, in realtà – le insidie che l’invadenza delle Big Tech possono determinare a danno dei cittadini, della loro privacy ma anche della loro libertà di espressione. Per questo motivo torna particolarmente utile la lettura di un libro uscito in questo periodo e che si chiama, appunto, Big Tech. Sfida alla democrazia (Giubilei Regnani), scritto dal giornalista Roberto Vivaldelli, firma de IlGiornale.it e anche del mensile il Timone. Lo abbiamo avvicinato per capirne di più sul suo nuovo e interessantissimo volume, impreziosito dalla prefazione di Marcello Foa.

Vivaldelli, partiamo dall’inizio. Quante e quali aziende sono considerabili Big Tech? Ne esiste una che se ne possa considerare leader, rispetto alle altre?

«Parliamo perlopiù di quattro grandi aziende e multinazionali della Silicon Valley: Google (Alphabet), Facebook (Meta), Apple e Amazon. Forse se devo indicarne una, quella è Alphabet, la holding a cui fanno capo Google LLC e altre società controllate: quest’ultima, infatti,  controlla poco più del 92% della quota di mercato dei motori di ricerca in tutto il mondo. Inoltre, secondo Rumble, Google (Alphabet) violerebbe le norme sulla concorrenza pre-installando sui telefoni Android l’app di YouTube. Come spiego nel mio libro, l’accusa principale è che Google abusi del suo potere come motore di ricerca dominante e distrugga la libera concorrenza per le piattaforme video online, manipolando i suoi algoritmi per impedire che i concorrenti di YouTube, incluso Rumble, vengano trovati dal pubblico. E questo dà a Google un potere immenso: pensiamo anche a come funziona il giornalismo online e al fantomatico «algoritmo» che indirizza l’attività giornalistica, spesso a scapito della qualità dell’informazione».

Nel suo libro lei esplora, con riferimento alla politica americana, la grande vicinanza tra Big Tech e partito democratico, da Nancy Pelosi e Joe Biden. Quando è iniziata questa “luna di miele” e perché, secondo lei?

«Quello che Marcello Foa definisce lo «strapotere» delle Big Tech è stato sviluppato, negli ultimi 10/15 anni, grazie alla compiacenza e alla cooperazione con il Potere politico che anziché preservare i diritti dei cittadini da questa forma di capitalismo finanziario predatorio, non ha fatto altri che incoraggiarlo. Pensiamo ad esempio che Alphabet, Microsoft, Amazon, Facebook e Apple , che rappresentano cinque dei sette maggiori donatori della campagna Biden. E anche i dipendenti e i dirigenti delle stesse aziende, hanno sostenuto la campagna di Biden o comunque di deputati del Partito democratico e, in minima parte, anche del Partito repubblicano. Queste aziende sono diventate più influenti e potenti di compagnie petrolifere come ExxonMobi. Qualche dato, citato anche nel libro: Facebook e Amazon sono ora i due maggiori lobbying aziendali degli Stati Uniti;  le Big Tech hanno eclissato i grandi consumatori di lobbying del passato, da Big Oil passando per Big Tobacco. Nel 2020, Amazon e Facebook hanno speso quasi il doppio di Exxon e Philip Morris in attività di lobbying; durante il ciclo elettorale del 2020, le Big Tech hanno speso 124 milioni di dollari in lobbying e contributi elettorali, battendo i propri record rispetto ai precedenti cicli elettorali».

In un suo precedente libro, lei si era occupato anche di fake news, tema che ha toccato anche in questa nuova opera, specie nel capitolo ottavo. Rispetto a tale tema ai Social network, la domanda sorge spontanea: chi controlla i controllori?

«Questo è uno degli aspetti più delicati e controversi di cui parlo. Ormai abbiamo interiorizzato il fatto che le piattaforme social possano censurare idee e opinioni piuttosto che altre: ci abbiamo fatto l’abitudine, ma se ci pensiamo è gravissimo, poiché, ci piaccia o meno, i social sono diventate le nuove piazze virtuali, il luogo dove, più di ogni altro, si svolgono le campagne elettorali e talvolta si vincono le elezioni. Faccio un esempio: perché lo scoop del New York Post relativo al figlio del presidente Usa, Hunter Biden, e ai suoi affari all’estero, è stato deliberatamente censurato – da Twitter, in particolare – prima delle elezioni presidenziali, salvo poi scoprire che i contenuti di quell’inchiesta erano veritieri? E ancora: chi ha dato l’autorizzazione a Youtube di censurare e rimuovere dalla sua piattaforma la celebre conversazione intercettata tra l’allora assistente segretario di Stato Victoria Nuland e Geoffrey Pyatt, che era ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, settimane prima che il Presidente filorusso Viktor Yanukovich venisse rovesciato da un colpo di stato? Per intenderci, parliamo della celebre affermazione «Fuck the EU» pronunciata dalla Nuland. Per una democrazia – sana – il diritto di informare e di essere informati è sacro: in questi anni abbiamo visto qualcosa di diverso».

Come dobbiamo inquadrare secondo lei il fenomeno Musk, di cui parla nel capitolo 18 del volume? Un vero elemento di ribellione del sistema?

«Al momento è difficile esprimersi con dei giudizi netti. Elon Musk è un personaggio piuttosto controverso, quanto interessante per certi aspetti. Ad oggi, ha quantomeno dimostrato di avere a cuore il principio dello free speech e il valore di un pilastro come quello relativo alla libertà d’espressione. Molti di quelli che lo criticano, credono che conceda troppe libertà su Twitter: vorrebbero più censura».

Ultima domanda. Secondo lei gli Stati hanno – o possono avere – la forza di opporsi allo strapotere delle Big Tech oppure è una sfida già persa?

«La sfida è estremamente complessa, poiché come scrivo nel libro l’influenza e il potere di queste società ha raggiunto, in pochi anni, un grado inimmaginabile. Solo lo Stato, tuttavia, può limitare questo «strapotere». Certo, è difficile: ma pensiamo, senza entrare nel merito, alle scelte «hobbesiane» che lo Stato ha adottato per fronteggiare l’emergenza pandemica. Impensabili prima dello scoppio della pandemia. Indicativo del fatto che lo Stato, può e deve intervenire: certo non per imporre nuove limitazioni o censure, ma per vigilare sui diritti costituzionali e garantire – sempre – la libertà d’espressione, e limitando semmai minacce, e quant’altro  – che comunque sono già punite dalla legge. Prima, però, serve prendere coscienza del problema rappresentato dalle «Big Tech», e mi pare che ad oggi se ne parli troppo poco» (Fonte foto: Pexels.com/Facebook)

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