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NEWS 19 Settembre 2022    di Redazione

L’Onu parla di aborto come diritto umano e resistono solo gli africani

La risoluzione adottata il 2 settembre dalle Nazioni Unite definisce l’aborto un diritto umano e promuove l’ideologia di genere. Con il titolo Cooperazione internazionale per l’accesso alla giustizia, alle risorse e all’assistenza ai sopravvissuti alla violenza sessuale, questa risoluzione include appunto un linguaggio in cui si afferma che i paesi devono fornire «l’accesso all’aborto sicuro» come «diritto umano».

Il testo, seppure non vincolante, è stato “sponsorizzato” dagli Stati Uniti e dalle Ue e ha ricevuto resistenze solo da 33 Paesi, quasi tutti africani. La Nigeria ha guidato questa lotta, come riporta il Catholic news agency, «proponendo diversi emendamenti per proteggere i bambini non ancora nati ed eliminare il linguaggio controverso dalla risoluzione, ma le misure non sono riuscite a ottenere un sostegno sufficiente per essere approvate».

I paesi, ha detto il rappresentante nigeriano nel dibattito, «dovrebbero aiutare le donne a evitare l’aborto e fornire alle madri e ai loro bambini assistenza sanitaria e supporto sociale». Inoltre, la Nigeria ha fatto opposizione ai riferimenti presenti nel testo circa l’identità di genere, sostenendo che il «genere» dovrebbe includere solo «maschio» e «femmina». Sulla stessa linea anche il Senegal, il cui rappresentante ha condannato l’inclusione dell’aborto come metodo di pianificazione familiare e ha affermato che la parola «genere» deve riferirsi solo alle «relazioni sociali tra maschi e femmine».

Oltre alla Nigeria e al Senegal, fra le altre 31 nazioni che hanno fatto opposizione al testo vi sono stati anche Uganda, Camerun, Burkina Faso ed Etiopia. Anche le Filippine, il Nicaragua, la Russia e una manciata di paesi del Medio Oriente si sono uniti.

In questo elenco di Paesi a favore del nascituro sono mancati Ungheria e Polonia, la prima votando contro gli emendamenti e la seconda astenendosi. Un fatto che è in contrasto con le politiche che i due Paesi stanno mettendo in atto nei loro confini, in Polonia l’aborto è consentito solo in caso di stupro o incesto o quando la gravidanza minaccia la vita della madre, mentre in Ungheria è stata recentemente approvata una norma che prevede l’obbligo per i medici di presentare alle donne la prova «chiaramente identificabile delle funzioni vitali del feto».

Imre Téglásy, direttore di Human Life International Hungary, ha dichiarato alla CNA di ritenere che l’Ungheria non si sia opposta all’aborto alle Nazioni Unite perché deve affrontare «pesanti attacchi dei rappresentanti liberal dell’UE».

In ogni caso i Paesi africani che hanno fatto opposizione hanno mostrato molto coraggio, perché, come hanno ricordato in più occasioni i vescovi africani su questi temi si tratta spesso di veri e propri ricatti nei confronti dei paesi poveri. Gli aiuti dei paesi ricchi sono spesso subordinati all’accettazione dei «nuovi diritti» e di «politiche sanitarie» che mettono al centro aborto e contraccezione.

Durante il Sinodo sulla famiglia convocato da papa Francesco nel 2014 si rilevava che c’è «la tendenza di alcuni Paesi ed organizzazioni del mondo occidentale di presentare, in particolare nel contesto dell’Africa, alcuni concetti tra cui l’aborto e le unioni omosessuali come diritti umani, legando gli aiuti economici e le forti campagne di pressione alla recezione di tali concetti». Un’idea che poi ha preso forma anche dentro all’esortazione apostolica Amoris laetitia, frutto del doppio sinodo sulla famiglia. Al n. 251 del documento del Papa si legge che è inaccettabile «che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso».

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