mercoledì 28 luglio 2021
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NEWS 25 giugno 2021    di Giuliano Guzzo

L’Ungheria: la nostra legge non discrimina. I 13 paesi Ue ingeriscono?

L’Europa in campo contro l’Ungheria. Negli stessi giorni in cui, in Italia, alcuni lamentano come «grave ingerenza» la peraltro pacatissima Nota verbale della Santa Sede critica sul ddl Zan, vari Paesi europei – tra i quali, manco a dirlo, il nostro (anche se l’Italia si è accodata) – si sono cimentati in una condanna contro l’Ungheria, attraverso una dichiarazione congiunta che ha, questa sì, il sapore della «grave ingerenza». Oggetto di detta condanna, infatti, è una legge che, a metà giugno, il Parlamento ungherese ha approvato, viene detto, per evitare la propaganda Lgbt ai minori. In realtà, il raggio d’azione del testo della legge risulta ben più ampio.

Esso infatti recita: «Al fine di garantire la protezione dei diritti dei bambini, la pornografia e i contenuti che raffigurano la sessualità fine a sé stessa o che promuovono la deviazione dall’identità di genere, il cambiamento di genere e l’omosessualità non devono essere messi a disposizione delle persone di età inferiore ai diciotto anni». Ci troviamo insomma di fronte semplicemente alla volontà di evitare iniziative, scolastiche e non, di dubbia moralità e che, tra l’altro, vadano a scavalcare il primato educativo delle famiglie. Non solo.

Tale norma, è bene precisarlo, non è una sorta di personale e bizzarro editto del Primo ministro Viktor Orbán, essendo invece una legge che il Parlamento magiaro ha approvato con 157 voti a favore e solo uno contrario. Questo significa ciò che alcuni Paesi europei – oltretutto, non si è ben capito a quale titolo – sono andati a contestare all’Ungheria è un atto piena espressione della sovranità di un popolo, atto poi che nessun diritto va a ledere.

Rispetto a ciò, risultano assai puntuali le repliche alle critiche europee effettuate da Judit Varga, la giovane ministra della Giustizia ungherese la quale, a detta da più di un osservatore, ha tutti i numeri, il carisma e la posizione per diventare l’erede politica di Orbán. In sintesi, il ministro Varga ha fatto anzitutto presente come – nel garantire il prioritario diritto dei genitori a decidere sull’educazione sessuale dei propri figli – la legge ungherese non sia in conflitto con alcuna norma europea; è stato altresì evidenziato come la legislazione europea non abbia competenze, neppure di ordine concorrente, su tali temi.

Ancora, il guardasigilli ungherese ha fatto presente come, in Ungheria, nessuno interferisca sul modo in cui gli adulti vivono la loro vita. «Secondo noi», sono state le parole del ministro Varga, «un adulto libero non dovrebbe rendere conto della sua vita a nessuna autorità secolare. Solo a Dio, quando sarà il momento». Sulla base di una simile premessa, ecco che la legge ungherese non si applica alla vita e alle abitudini sessuali degli adulti di età superiore ai 18 anni, né a ciò a cui sono esposti come adulti, appunto, nella sfera pubblica.

«Non vogliamo interferire con lo stile di vita degli adulti. Tuttavia, i bambini devono essere protetti», commenta ancora la guardasigilli, la quale inoltre aggiunge: «Contrariamente a ciò che affermano le critiche, la nostra legge non limita la libertà di opinione. Limita solo il modo in cui un’opinione può raggiungere un minore. Più nel dettaglio, li protegge dall’accesso a contenuti che potrebbero contraddire i principi cari ai loro genitori».

Sulla questione è intervenuto, colpito dalla polemica divampata sulla stampa italiana, anche Adam Kovacs, ambasciatore ungherese in Italia, per evidenziare che la contestata norma è «in linea con l’Art. 14 comma 3 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, che recita “La libertà di creare istituti di insegnamento nel rispetto dei principi democratici, così come il diritto dei genitori di provvedere all’educazione e all’istruzione dei loro figli secondo le loro convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche, sono rispettati secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”».

Insomma, dall’Ungheria nessuna messa al bando dell’omosessualità, di associazioni Lgbt né, tanto meno, un incitamento alla discriminazione contrario a norme internazionali. Ciò che il Paese di Orbán – da guardarsi con rispetto, se non altro perché è il solo in Europa, nonché tra i pochi al mondo, che sta contrastando in modo efficace l’inverno demografico – è semplicemente tutelare i minori e il primato educativo delle famiglie. Rispetto a ciò, che la famiglia sia «il nucleo naturale e fondamentale della società» ed abbia, pertanto, il «diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato» è una verità fondamentale scritta in questi termini, così netti ed espliciti, dall’articolo 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che come noto, il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò.

Forse alcuni Paesi europei, oltre alla legge ungherese, vogliono mettere in discussione pure parti della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani? A questo punto, il dubbio è lecito. Così com’è lecito dubitare della forza logica del pensiero dell’onorevole Alessandro Zan, il quale – davanti alla citata Nota vaticana sulla minacciata libertà religiosa che comporterebbe la sua legge – ha reagito twittando il suo disappunto ed affermando che «non ci può essere alcuna ingerenza estera nelle prerogative di un parlamento sovrano», salvo poi, però, rallegrarsi «che l’Italia abbia firmato, insieme ad altri 13 Paesi europei» la condanna della legge ungherese. Coerenza, questa sconosciuta.


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