lunedì 28 novembre 2022
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NEWS 28 Aprile 2022    di Giuliano Guzzo

Mai più cognome paterno automatico. La Consulta riscrive la famiglia

Se una norma attribuisce automaticamente il cognome del padre ai figli è illegittima; la regola quindi diventa che il figlio, d’ora in poi, assume il cognome di entrambi i genitori, salvo che essi – di comune accordo – non decidano altrimenti, e cioè per l’attribuzione di quello d’uno dei due. Lo ha stabilito nella giornata di ieri la Corte Costituzionale. «La Corte ha ritenuto discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio la regola che attribuisce automaticamente il cognome del padre», recita il comunicato diffuso dalla Consulta, secondo cui «nel solco del principio di eguaglianza e nell’interesse del figlio, entrambi i genitori devono poter condividere la scelta sul suo cognome, che costituisce elemento fondamentale dell’identità personale».

Sul piano più strettamente giuridico, la decisione è stata assunta sulla base del fatto che l’attribuzione automatica del cognome paterno, secondo gli Ermellini, sarebbe in «contrasto con gli articoli 2, 3 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Benché la sentenza debba essere ancora formalmente depositata, la dichiarata illegittimità costituzionale di tutte le norme che prevedono l’automatica attribuzione del cognome paterno – con riferimento ai figli nati nel matrimonio e fuori, nonché ai figli adottivi – ha già suscitato reazioni da parte del mondo della politica.

Infatti, se nel centrodestra è stata accolto con una certa freddezza, il verdetto è stato invece subito salutato molto positivamente dal fronte progressista, con la senatrice Monica Cirinnà, del Pd, che ha parlato di «una decisione storica sul cognome materno» che mette la parola «fine» ad una «discriminazione intollerabile per le donne». Di «bellissime parole», da parte della Corte Costituzionale, ha parlato anche la senatrice di Italia Viva Daniela Conzatti, secondo cui questo pronunciamento segna «un passaggio fondamentale nel percorso verso la completa parità di genere, che parte dalla famiglia, dalla condivisione e dalla conciliazione dei ruoli».

In realtà, senza nulla togliere al peso di tale pronunciamento, c’è da dire che esso si inserisce in un percorso che dura da ormai qualche anno. E che, come ricordato sul Timone dal giurista Pietro Dubolino, già presidente di sezione della Corte di Cassazione, ha in precedenza visto la Consulta, con la sentenza n. 286 del 2016, dichiarare l’illegittimità costituzionale delle norme sulla base delle quali ai figli viene trasmesso o attribuito il solo cognome paterno e non anche, qualora i coniugi concordemente lo richiedano, il cognome materno.

Chiaramente, il verdetto emesso ieri dalla Consulta appare molto più ampio, dal momento che rende il doppio cognome qualcosa di strutturale. Però il solco in cui esso va ad inserirsi era già tracciato. E, per quanto non si possa che condividere ogni istanza che vada a rafforzare la parità tra i sessi, risulta difficile non cogliere in questa storica sentenza degli Ermellini una ennesima picconata al ruolo paterno nella famiglia e, in definitiva, nell’intera società.

Qualche anno fa, quando cioè a livello politico stava iniziando a farsi largo, in Italia, la possibilità di un superamento del solo cognome paterno, Camillo Langone, scrittore e storica firma del Foglio, con la sua penna graffiante si era chiesto:  «Cosa resta ai padri, già privati della patria potestà, se togli loro anche la possibilità di dare il cognome ai figli? Perché un uomo dovrebbe ancora contribuire alla riproduzione? Per la gioia di versare assegni di mantenimento?».

Inutile dire che erano e sono ancora oggi, quelle dell’intellettuale conservatore, parole forti. Eppure, come si diceva, la sensazione sia in corso, anche a colpi di sentenze, un progressivo smantellamento della centralità della figura paterna – associata in automatico al patriarcato e, quindi, alle discriminazione – viene. Così come viene da chiedersi se questo processo di demolizione culturale danneggi davvero solo il padre, posto che chiaramente non è poco, o se a pagarne il prezzo non siano anche le giovani generazioni, già immerse in un panorama sempre più caotico e povero di riferimenti e di radici.


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