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NEWS 23 giugno 2021    di Giulia Tanel

Mantovano sulla nota del Vaticano sul ddl Zan: «La soluzione sta nella piena attuazione del Concordato»

Dopo lo scoop del Corriere della Sera, la giornata di ieri ha visto tutti i media rincorrersi nel lanciare la notizia del «Vaticano contro il ddl Zan», come riportava il titolo dell’Ansa. La cronaca è dunque nota (qui un nostro pezzo in merito): lo scorso 17 giugno il segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, monsignor Paul Richard Gallagher, avrebbe consegnato all’ambasciata italiana presso la Santa Sede una “nota verbale” inerente i rischi di violazione del “nuovo Concordato”, o Accordo di Villa Madama, da parte del disegno di legge – attualmente in discussione – in materia di omotransfobia. Nota che ora è passata alla Farnesina e che dovrà quindi essere presa in considerazione dal Governo, con lo stesso Mario Draghi che ha dichiarato che nella giornata odierna risponderà nel merito.

Per cercare di comprendere meglio e approfondire la portata di questa azione del tutto inedita nel rapporto tra Stato e Chiesa, Il Timone ha contattato Alfredo Mantovano (nella foto a lato), magistrato, consigliere alla Corte di Cassazione e vicepresidente del Centro studi Livatino.

Dottor Mantovano, nella “nota verbale” della Santa Sede si rende presente che l’attuale versione del ddl Zan comporterebbe una riduzione della libertà della Chiesa, così come è garantita in particolare dall’articolo 2 dell’Accordo di Villa Madama, inerente «le garanzie in ordine alla missione salvifica, educativa e evangelica della Chiesa cattolica». In particolare, nel primo comma dell’articolo in questione emerge il tema della libertà religiosa: in che modo il ddl Zan andrebbe a comprometterla?

«Il 6 febbraio 2014, un cardinale della Chiesa Cattolica, Fernando Sebastián Aguilar, arcivescovo emerito di Pamplona, veniva iscritto nel registro degli indagati per “omofobia”, per aver rilasciato un’intervista a un quotidiano nella quale, sulla premessa che la sessualità è strutturalmente orientata anzitutto alla procreazione, faceva presente che all’interno di una relazione omosessuale tale finalità era preclusa. Nello stesso periodo, in Canada, la Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Legge ha avviato un procedimento amministrativo contro un’università protestante, la Trinity West University, e ha chiesto agli Ordini degli Avvocati di non ammettere alla pratica forense i laureati di quell’ateneo perché “omofobi”. I suoi studenti infatti sottoscrivono un codice di comportamento col quale ci si impegna a non accedere a siti pornografici utilizzando il wi-fi dell’università, a non assumere alcool nel campus e ad astenersi “da forme di intimità sessuale che violino la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna”. La discriminazione qui risiederebbe nel riferimento alla “sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna”, ovvero al fatto che sia menzionato solo questo matrimonio e non quello fra omosessuali. La Santa Sede ha un dimensione territoriale, ma un respiro universale. Le vicende di gravi e reiterate violazioni della libertà religiosa – i casi prima ricordati sono due di una lunga serie – attestano quel che accade in ordinamenti che hanno già al proprio interno norme c.d. antiomofobia. La genericità delle disposizioni penali incriminatrici contenute nel d.d.l. Zan permette una applicazione estesa oltre il limite dell’arbitrio, tale da condizionare non poco la libertà della Chiesa di annunciare il Vangelo».

Non c’è tuttavia solo questo aspetto: nella “nota” la Santa Sede richiama anche il comma 3 dell’art. 2 del “nuovo Concordato”, che estende il discorso a tutti i cattolici e alle loro associazioni in merito alla «piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Una conferma del fatto, spesso richiamato da chi paventava i pericoli del ddl Zan, che si tratta di una vera e proprio “legge bavaglio”?

«In Francia, dove con la c.d. legge Taubira sono state estese alla discriminazione fondata sull’orientamento sessuale le discriminazioni razziali – esattamente come si vorrebbe fare in Italia con l’ampliamento delle ipotesi previste dalla c.d. legge Mancino, contenute oggi agli art. 604 bis e 604 ter cod. pen. -, si è giunti ad arrestare persone ree di indossare in pubblico una felpa recante il logo della Manif pour tous, cioè un disegno con le sagome di un papà, di una mamma e di due bambini, ritenendo discriminatoria l’esibizione di un capo d’abbigliamento recante quell’immagine. E non vi è soltanto la prospettiva di una condanna definitiva, bensì pure quel che può accadere nel corso delle indagini: i tetti di talune sanzioni previste dal d.d.l. Zan permettono al pubblico ministero di attivare intercettazioni telefoniche e ambientali, e di ottenere dal Gip misure cautelari restrittive della libertà. Tutto ciò si traduce in un pesante condizionamento nell’affermazione della dottrina naturale e cristiana in tema di distinzione fra i sessi, di matrimonio, di procreazione, e così via».

La Santa Sede nella “nota” chiede quindi di “modificare” il testo del ddl Zan. E lo fa, in maniera del tutto inedita, attraverso una comunicazione formale. Da giurista esperto, a suo avviso quali saranno i prossimi atti di questa vicenda e quali i possibili esiti?

«Va considerato che la ‘nota verbale’ non costituisce un pur importante contributo a un dibattito interno a una singola Nazione, come può essere il comunicato di una Conferenza episcopale. È un passo formale fra autorità – lo Stato Italiano e la Chiesa cattolica – che, come con identica formulazione sanciscono l’art. 7 Cost. e l’art. 1 del Accordo di revisione del Concordato del 1984, “sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. È l’atto col quale una delle due autorità segnala all’altra il rischio imminente di violazione dell’Accordo: questo si fonda (art. 2) sul riconoscimento da parte della “Repubblica italiana […] alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione”, e sulla conseguente assicurazione della “libertà […] di esercizio del magistero”. Se le norme hanno un senso, a una ‘nota verbale’ con un tale contenuto non può far seguito uno scambio di opinioni da talk show, bensì la strada tracciata dal Concordato stesso. Al fine di prevenire conflitti di competenze, la soluzione non sta nella sospensione unilaterale del principio pattizio, bensì nella sua piena attuazione, con la previsione all’art. 14 che “se (…) sorgessero difficoltà di interpretazione o di applicazione delle disposizioni precedenti (fra cui gli art. 1 e 2 richiamati dalla ‘Nota’), la Santa Sede e la Repubblica italiana affideranno la ricerca di un’amichevole soluzione a una Commissione paritetica da loro nominata”. A meno che, prima di attivare tale Commissione, Governo e Parlamento non concordino una pausa di riflessione».

Questo passo fatto dalla Santa Sede contiene insito in sé un possibile equivoco, che forse sarà poi quello che cavalcheranno i media mainstream: si potrebbe infatti far passare l’idea che si tratti di un gesto “salva preti”, che interessa solo lo Stato e la Chiesa. Molto in sintesi, potrebbe invece accennare come mai il ddl Zan è da considerarsi anche incostituzionale?

«Le posizioni contrarie al d.d.l. espresse dall’area del femminismo storico, oltre che da studiosi radicali, progressisti e libertari, dimostrano l’esatto contrario».

(Fonte foto in evidenza: Imagoeconomica)


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