venerdì 18 giugno 2021
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NEWS 9 giugno 2021    di Giulia Tanel

La Maglie sul caso Saman: «In Italia non c’è un’idea di integrazione»

Il caso della giovane Saman Abbas, uccisa a Novellara, nella provincia di Reggio Emilia, trova spazio su tutti i giornali da giorni, mentre si sta ancora cercando di ricostruire punto per punto la vicenda e si sta ancora ricercando il suo corpo.

Eppure, come spesso accade, la narrazione mediatica e i commenti vari hanno posto l’accento solamente su alcuni aspetti, tralasciandone (volutamente?) altri, seppure importanti. Il Timone ne ha parlato con Maria Giovanna Maglie.

Dottoressa Maglie, sul caso della diciottenne pakistana Saman Abbas si è scritto molto, tutti conoscono la vicenda. Eppure, va rilevato che, in questo can can mediatico, in pochi hanno parlato di “femminicidio” e soprattutto la voce delle donne non si è fatta sentire come in altre occasioni. Una semplice distrazione?

«La voce delle donne, se per voce delle donne lei intende di quelle politicamente e ideologicamente motivate, cioè quelle che hanno appoggiato in questi anni il Me too, la richiesta di approvare il ddl Zan, eccetera, eccetera, quella voce lì non si può far sentire in un caso come questo perché questo è un caso serio e vero, le loro sono chiacchiere. Il femminicidio è una gigantesca sciocchezza, esattamente come le leggi speciali che vorrebbe il ddl Zan perché in realtà le leggi esistono, esistono le aggravanti. E il femminicidio è un omicidio con delle aggravanti, così come per delitti che riguardano gli omosessuali esistono le aggravanti, sono i famosi motivi vili, abietti e così via. Il punto è che ti devi occupare delle cose, non devi dare loro un nome di propaganda e nel caso dell’Islam in Italia e della vita in segregazione in cui vivono le donne islamiche in Italia nessuno vuole parlare. E qui la responsabilità non la posso dare solo alle donne di sinistra che sono eterodirette, la devo dare all’intero sistema dello Stato italiano».

Questa vicenda infatti apre anche ad altre riflessioni, legate alla difficoltà di integrare in Italia persone con una cultura e una religione, come quella islamica, molto diverse dalla nostra… in questo caso va forse interrogato anche il silenzio del mondo politico, almeno di una parte?

«Il mondo politico ha la coda di paglia su questa cosa, in buona parte. Lo Stato, il Governo, le istituzioni, coloro che danno gli ordini alle forze dell’ordine sono i principali responsabili. Il mondo della cultura è responsabile. Il mondo dell’informazione, la televisione sono responsabili. Se, dopo tanti anni che ci sono comunità islamiche in Italia, esse continuano a vivere e a morire e a uccidere esattamente come quando sono arrivate la prima volta, vuol dire che in questo Stato l’idea di integrazione è completamente e totalmente sbagliata. O, meglio: non c’è. Si ritiene che integrazione sia far entrare tutti, e magari dar loro diritti come gli italiani per poter accaparrarsi dei voti, o per sperare di accaparrarsi dei voti che ora vengono a mancare, ma poi come queste persone vivono e in che modo viene, a chi qui magari nasce e cresce, garantito di vivere come un italiano, o un’italiana, di questo nessuno si occupa.

Quindi io ritengo che ancora una volta – come in tutti i casi del genere, e purtroppo ne sono capitati tanti – è la florida e civile Emilia responsabile, come lo sarebbe la Campania se fosse accaduto lì. È lo Stato italiano. È la mancanza di qualsiasi controllo civile, culturale, scolastico, di polizia su come vivono queste persone. L’80-85% delle donne immigrate da Paesi islamici all’Italia vivono in segregazione e totale accettazione di leggi arcaiche, che comunque sono illegali in Italia. Poi se non lo sono a casa loro, non mi riguarda: mi fa orrore, ma non mi riguarda.

E per le ragazze che tentano di reagire, di cercare di vivere come si vive nel Paese che le avrebbe accolte sulla carta, e che si sciacqua tanto la bocca sulla volontà di accoglierle, niente da parte di questo Paese viene fatto per difenderne la vita. Nemmeno la qualità di vita, l’esistenza in vita! È una cosa incredibilmente, disgustosamente vergognosa che nessuno si occupi di come vivono queste persone una volta qui. Che non si sappia che una volta scesi dal barcone, dopo che ti sei lavato la coscienza fotografandoli mentre li stavi rifocillando, accogliendoli, mettevi loro la copertina di stagnola, poi tu non sappia in che condizioni vanno a vivere le famiglie, le ragazze, i ragazzi. In che condizioni le donne che arrivano sole credendo di andare a lavorare come badanti, baby sitter, o cameriere, si ritrovano nel giro di una settimana su una delle vie consolari a battere, obbligate a farlo, schiave di questo! A come i ragazzi che scendono convinti di lavorare diventino manovalanza della delinquenza. Tutto ciò è indegno di uno Stato civile».

Ritanna Armeni ha affermato, in merito alla vicenda: «Credo abbia agito dentro di me, come dentro molte altre donne, una forma sottile di razzismo, certamente inconsapevole, ma – seppur sottile – razzismo». Condivide queste parole?

«Non so che cosa voglia dire, onestamente. Il razzismo di chi contro chi? Non mi pare un’affermazione così sconvolgente, pregnante. Detto questo, qui non c’è nessun razzismo di nessuno. Qui c’è la paura di parlare di che cos’è l’Islam in Italia, perché non è politically correct. È tutto qui».

Fonte foto in evidenza: ImmagoEconomica

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