sabato 31 ottobre 2020
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NEWS 17 ottobre 2018    di Ermes Dovico
Il messaggio al Sinodo dei «giovani che resistono». Scegliendo la fede

Mentre il Sinodo sui giovani è arrivato ormai al giro di boa (iniziato il 3 ottobre, si concluderà giorno 28), all’interno della Chiesa continuano a levarsi voci importanti per chiedere un approccio guidato dalla fede e non dalla sociologia. In questo solco si è svolto ieri a Roma il simposio organizzato da Asia News e intitolato «Giovani che resistono», durante il quale sono intervenuti testimoni dell’azione della Chiesa e della fede dei giovani in Paesi segnati in modo diverso da guerre, persecuzioni, sottosviluppo e complessi cambiamenti sociali. Come ha spiegato padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News e missionario del Pime, il contributo che ha inteso dare tale simposio «è un po’ controcorrente: prima e durante il Sinodo siamo stati investiti da statistiche sulla religiosità dei giovani, sulla frequenza alle messe e ai raduni cristiani, sul loro isolamento dalle famiglie e dal mondo degli adulti. Questo sguardo sociologico non ci soddisfa».

Il primo richiamo alla Chiesa a non appiattirsi sul mondo e a portare avanti la missione che Dio le ha affidato, senza cedimenti, proviene proprio dai giovani che vivono la loro fedeltà a Cristo in contesti a volte drammatici. Si tratta di «giovani che hanno trovato nella fede in Gesù Cristo (non nella sociologia o nella politica) la loro forza e gioia. Essi hanno trovato nella compagnia della Chiesa una fraternità che esalta le loro qualità […]. Allo stesso tempo, la saggezza degli adulti che li accompagnano li aiuta a non diventare schiavi non solo dei social network, ma anche dell’opinione pubblica dominante», ha aggiunto padre Cervellera. Di seguito alcuni passaggi delle testimonianze riguardanti tre Paesi dove professare la fede cristiana non è affatto semplice: l’Iraq, la Cambogia e la Cina.

L’IRAQ E I GIOVANI INDISPENSABILI PER RICOSTRUIRE

Padre Paolo Thabet Mekko, il primo sacerdote a tornare nella Piana di Ninive dopo la sconfitta dell’Isis, spiega che «la situazione dei giovani in Iraq non è buona: la libertà è quasi negata […].È ancora peggio per i giovani cristiani, perché, da una parte, il cristiano viene considerato una minoranza; i suoi diritti non sono presi in considerazione». Parlando dell’opera in mezzo ai rifugiati di Erbil, padre Paolo ha ricordato che «quanto la Chiesa ha fatto per i giovani non era cosa facile: trovare un tetto, del cibo e quanto è essenziale per far respirare la vita».

Adesso si tratta di ripopolare e ricostruire la Piana di Ninive. E per farlo il ruolo dei giovani cristiani è fondamentale. «Malgrado la grande crisi, la fede dei giovani è viva. Nella fuga abbiamo continuato a vivere con loro nelle tende, nei containers, in posti inadeguati, facendo incontri pastorali e spirituali. Non possiamo però negare tanti limiti e pericoli che si stanno creando. Tanta gente è emigrata nei Paesi vicini. Essi sono nei campi profughi da anni, con i figli senza scuola, nell’insicurezza. In tal modo, la decisione di rispondere alla vocazione è rimandata o non è affrontata». Eppure «ci sono anche esempi illuminanti: alcuni giovani hanno costituito delle famiglie anche nella grave situazione della fuga; vi sono state ordinazioni sacerdotali, nuovi seminaristi. Esistono anche gruppi di carità, corsi di teologia, festival spirituali, attività giovanili. Tutti questi sono punti illuminanti che sostengono la luce della speranza».

CAMBOGIA, LA «DIFFERENZA» DI CONOSCERE GESU’

Padre Luca Bolelli, da 11 anni missionario nella terra che nel XX secolo ha conosciuto la dittatura rossa di Pol Pot e un lungo periodo di guerra civile, afferma che «la Cambogia è un Paese molto giovane: secondo alcune statistiche, l’età media è di appena 22 anni. Chi viene dall’Italia, resta colpito dal numero di bambini nei villaggi ma anche in chiesa, cosa insolita per noi italiani al giorno d’oggi». Dopo aver descritto i rapidi mutamenti del Paese e il grande impegno della Chiesa nell’educazione dei giovani, padre Luca ricorda che in Cambogia «il 93% della popolazione è buddista: essere cristiani qui non è facile».

Alcuni ragazzi raccontano di derisioni a motivo della fede, ma secondo il missionario «la situazione sta cambiando: il cristianesimo è conosciuto più di prima e non vi è più verso di esso l’astio di un tempo, quando sui cristiani giravano voci assurde». Parlando dei ragazzi, il sacerdote spiega che «la fede per loro è la certezza di non essere soli, ma sempre alla presenza e in compagnia del Signore Gesù. Questo è un aspetto molto forte, che in altro modo non potrebbero sperimentare. Avere sempre il Signore accanto, camminare con Lui e insieme a Lui dà loro molta forza, luce nelle scelte che devono prendere e coraggio nel portarle avanti. Conoscere o non conoscere Gesù fa una differenza enorme».

CINA, I GIOVANI COMPRENDONO LA LORO VOCAZIONE SE SCOPRONO IL VERO AMORE

Giovanni Pang Chenyu, un giovane di Hong Kong impegnato fin dall’adolescenza nella comunità salesiana, si è soffermato su un fatto avvenuto durante una Via Crucis in Cina. «Tutt’a un tratto, alla settima stazione, cinque grosse auto nere si fermano davanti alla nostra processione. Alcuni individui scendono e chiedono di concludere l’evento e vogliono cacciare tutti i partecipanti. La discussione è andata avanti per almeno 20 minuti. Alla fine abbiamo dovuto mandare via i giovani. Un’ora dopo, abbiamo incontrato i nostri giovani all’ultima stazione, nella parrocchia B. L’edificio poteva accogliere solo una trentina di persone e c’erano un centinaio di studenti tutti in ginocchio e in lacrime davanti al Cristo in croce. […]Questi studenti universitari piangevano perché sanno che non è facile avere fede ed essere cattolici, e che vanno incontro a pericoli. Questo incidente è avvenuto nella Cina popolare, dove è stato firmato il famoso “Accordo” [con il Vaticano, ndr)». Dalle persecuzioni si ricava una certezza: «I giovani che rimangono impressionati dai testimoni di amore, hanno poi il coraggio di trovare il vero amore e sanno discernere la loro vocazione».


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