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NEWS 14 Maggio 2022    di Valerio Pece

#MeToo contro gli alpini, processo sommario (e ideologico)

Una molestia non può passare per goliardia. Chiaro. Infatti i fischi, le frasi, gli ammiccamenti durante la 93esima adunata nazionale degli alpini sono stati condannati dalla stessa Associazione Nazionale degli Alpini (ANA). Nel comunicato stampa si legge che l’Ana «prende ovviamente le distanze, stigmatizzandoli, dai comportamenti incivili segnalati, che certo non appartengono a tradizioni e valori che da sempre custodisce e porta avanti». In riferimento ai 400.000 (di cui non tutti alpini) che durante i quattro giorni della manifestazione hanno invaso Rimini, il comunicato aggiunge: «Quando si concentrano in una sola località centinaia di migliaia di persone per festeggiare, è quasi fisiologico che possano verificarsi episodi di maleducazione, che però non possono certo inficiare il valore dei messaggi di pace, fratellanza, solidarietà e amore per la Patria che sono veicolati da oltre un secolo proprio dall’Adunata».

Sarebbe dovuto ragionevolmente finire tutto qui, con questo comunicato chiaro e forte, e con le denunce–sacrosante–di chi ha subito vere molestie. È montata invece una polemica dalle dimensioni elefantiache, dietro la quale è difficile non scorgere un disegno preciso.

UNO SCHEMA CONSOLIDATO

Marcello Veneziani, parlando della «campagna di guerra contro gli alpini nel nome del femminismo e del Me too», scrive che «è un caso da manuale da studiare». Per Veneziani «si tratta di narrare alcuni episodi […] per concludere che queste adunate sono un festival di machismo e di sessismo», lo scopo è quello di «impedire che questi raduni veicolino valori comunitari e patriottici». Ecco allora che per il giornalista-filosofo «si prende un caso per colpirne 1000». Lo schema è vecchio, ed è lo stesso usato per abbattere la famiglia, sfruttando gli episodi di violenza domestica, o per distruggere la Chiesa, utilizzando gli episodi di pedofilia. Niente di nuovo sotto il sole.

LE EDUCANDE DI “NON UNA DI MENO”

È interessante notare, poi, che chi in queste ore si impegna alacremente per raccogliere le testimonianze delle donne molestate a Rimini è il collettivo femminista di “Non una di meno”. Le stesse femministe che lo scorso 8 marzo, festa della donna, si sono spogliate davanti al Consiglio regionale del Piemonte al grido di “stupro climatico” (sostenendo che«le donne subiscono in misura maggiore le conseguenze della crisi ecoclimatica»). Le zelanti femministe di “Non una di meno” sono anche coloro che l’8 marzo del 2021 hanno portato in «frocessione» (sic!) una statua blasfema della Madonna fino alla parrocchia romana dei Santi Angeli Custodi, quartiere Monte Sacro. Una «sacra celebrazione anti-patriarcale», si leggeva nel loro comunicato, «in concomitanza con la festa della donna». Sono loro, oggi, a dare lezioni di educazione.

Ma il cortocircuito-capolavoro si manifesta in tutto il suo splendore quando sono le stesse donne di sinistra a ribellarsi alla vulgata dell’alpino brutto, sporco e cattivo. «Intendiamo dissociarci da toni accusatori, tesi a incrementare un clima di polemica generalista e qualunquista, che getta un inaccettabile discredito verso un Corpo dal valore riconosciuto e indiscusso del nostro Esercito». Sono bastate queste poche righe pubblicate da Sonia Alvisi, da oltre dieci anni portavoce riminese delle Donne democratiche di Rimini nonché consigliera di parità della Regione Emilia Romagna, a scatenare l’inferno. Le frasi più eleganti? «Vergogna!», «Comunicato pilatesco», «Scusatevi con le donne molestate». Il comunicato, com’è ovvio, non prescindeva affatto dalla condanna alle molestie durante l’adunata degli Alpini, voleva solo – sono le parole di Sonia Alvisi intervistata dalla Stampa – «non fare di oltre 400 mila Alpini dei molestatori». Risultato? Sconfessata dal PD nazionale e costretta alle dimissioni.

UN DASPO PER GLI ALPINI

Sul caso alpini purtroppo c’è di più. Una petizione lanciata martedì sera sulla piattaforma online Change.org chiede lo stop delle adunate: «Sospendere per due anni le adunate degli Alpini in modo tale da dare un chiaro segnale». Le firme digitali sono arrivate, in quattro giorni, a quasi 19 mila. Un Daspo per gli alpini, cioè il provvedimento con cui un questore allontana le persone pericolose, sarebbe letto da molti come il punto più basso della nostra storia recente. La prima guerra mondiale, per gli italiani, sono loro: gli alpini. Sull’Ortigara, il Pasubio, il Grappa, Caporetto, Vittorio Veneto. E nel secondo conflitto mondiale, ancora loro, con le terribili campagne di Grecia e di Russia. A ricordarci che la storia del Novecento italiano, fatta di lacrime e sangue, è un tutt’uno con quella degli alpini è la letteratura più alta: Rigoni Stern, Eugenio Corti, Dino Buzzati, Egisto Corradi. Senza neanche contare gli innumerevoli interventi di soccorso prestati dagli alpini in qualsiasi situazione, dai terremoti (in Friuli, in Emilia, in Abruzzo) fino alle recenti campagne di liberazione delle donne afghane. Tutto da buttare

«FETIDA CULTURA PATRIARCALE»

D’altronde per Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica, gli alpini finiti nel mirino «sono sbronzi di una fetida cultura patriarcale che considera la donna una preda e che ha il suo detonatore nel branco, un branco di vigliacchi con la penna senza onore».

Sono ancora le donne, però, a smascherare l’ipocrisia. La prima è Hoara Borselli, commentatrice di Libero, che ricordale molestie ad opera di soggetti extracomunitari subite a Capodanno dalle donne milanesi. E twitta: «Ma gli stupri di Milano hanno avuto le stesse reazioni indignate delle femministe? Molestie di serie A e B a seconda della nazionalità». Sulla scia, un’altra giornalista, Francesca Totolo, si è limitata a evidenziare la notoria doppiezza con l’ausilio dei freddi numeri: «Nel 2021 su 62 femminicidi, 19 sono stati commessi da stranieri, il 31%. Gli stranieri in Italia sono l’8,5% della popolazione totale. E le femministe di @nonunadimeno zitte. Il problema sono gli apprezzamenti degli #alpini italiani».

MOLESTIE À LA LOREDANA BERTÉ

Ovviamente dovrà essere fatta luce su ogni singolo episodio, senza sconti, perché probabilmente a Rimini non si è trattato solo di “apprezzamenti”. Anche se, per la verità, ad oggi non sono pervenute notizie particolarmente rilevanti sulle condotte degli alpini, cosa che sta offrendo il destro ad una effervescente ironia sui social. Un tweet recita: «Intervistata dai giornalisti di TGla7 una ragazza denuncia: “Gli Alpini mi hanno detto che ho delle belle gambe, per paura non sono più uscita di casa. C’è qualcosa di più violento e sessista di dire “hai delle belle gambe” a un* donna?!». Un altro utente, in perfetto stile Valerio Lundini, scrive: «Come dimenticare lo scandaloso inno alla molestia di Loredana Bertè “Sei bellissima”. Una ferita sempre aperta». Per ora, dunque, siamo più o meno fermi alla domanda di Edoardo Sylos Labini, attore, regista e direttore del mensile Cultura Identità: «Perché se dici Bella ciao ti applaudono, e se dici ciao bella ti denunciano?».

EDUCAZIONE CIVICA SUL MANSPREADING?

Ogni querela, è bene ripeterlo, sarà preziosa per fare chiarezza, e semmai anche per fare pulizia nell’epico corpo degli alpini. Non dimenticando mai (a meno che, dopo gli Usa, non si voglia intronizzare anche in Italia, in maniera massiccia e capillare, il fenomeno del “Me Too”, magari sotto forma di Educazione civica nelle sue versioni isteriche del mansplaining e del manspreading), sia che la responsabilità penale è personale (concetto giuridico di base sempre più ignorato), sia che non tutto è perseguibile per legge. Non lo sono, per esempio, gli «sguardi lascivi» che Massimo Gramellini, sul Corriere, parlando del pasticciaccio riminese, si rammarica non possano essere sanzionati (ma solo perché altrimenti «ci sarebbero le code fuori dai commissariati», mentre, stando così le cose – testuale – «una donna è costretta a selezionare le umiliazioni»).


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