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NEWS 22 novembre 2020    di Andrea Cionci
Moby Dick, la vera storia del naufragio e quella fede che Melville non conobbe

Hemann Melville aveva uno stile impareggiabile, a metà strada fra Dickens e Poe, duttile alle più profonde e tormentate riflessioni quanto alle più tecniche, enciclopediche descrizioni o ai dialoghi più colloquiali. Se il suo “Moby Dick”, capolavoro dell’epica americana, è giustamente famosissimo, non si può dire altrettanto per i resoconti della tragica avventura che ispirarono – dichiaratamente – il grande scrittore.

Sono passati 200 anni da quel giorno in cui la baleniera “Essex” venne assalita e affondata da un enorme capodoglio di 26 metri (all’epoca ne esistevano davvero!). I venti naufraghi furono condannati a una terribile odissea durante la quale, per sopravvivere, dovettero prendere un’atroce decisione: cibarsi dei propri compagni. I racconti di tre superstiti sono stati pubblicati dalla SE di Milano in una curata edizione con testo critico di Barbara Lanati: il più lungo è quello del primo ufficiale Owen Chase, il secondo è del capitano George Pollard jr. e il terzo è di pugno di un marinaio chiamato Thomas Chappel. Se i primi due sono affascinanti per la drammatica asciuttezza della narrazione di fatti realmente accaduti, il terzo colpisce per il potente afflato spirituale, per la testimonianza di una fede senza incertezze riscoperta da un uomo semplice venuto a contatto diretto con la morte e con le più tragiche traversie.

Il contrasto è stridente: da un lato Melville, ex baleniere, scrittore elegantissimo, ma involuto, pieno di dubbi e diffidenza verso il Creatore e verso il Creato, suggestionato da panteismo e zoroastrismo, autore di un romanzo di oltre 650 pagine dalla difficile lettura. Dall’altro, un baleniere di lungo corso, di scarsa cultura, che avendo personalmente vissuto la fame, la sete, l’angoscia dell’abbandono in mare e su un’isola deserta, in appena sette pagine tiene incollato il lettore al suo racconto scolpendo – quasi in quella stessa scabra roccia da cui succhiava febbrilmente l’umidore – una fede che non è più tale, ma constatazione e ammonimento.

Ma riepiloghiamo quei tragici eventi: nell’agosto 1819, dall’isola americana di Nantucket, sull’Atlantico, prese il largo la Essex, una baleniera di 20 anni, con il capitano George Pollard Jr. – rampollo di una stimata famiglia di balenieri – a comandare una ventina di uomini. Il viaggio avrebbe dovuto durare due anni e mezzo per riportare a terra almeno 2000 barili d’olio di balena. Preda particolarmente ambita era il capodoglio, detto in inglese “sperm whale” poiché, nella sua grossa testa bombata, il cetaceo racchiude lo “spermaceti”, un olio ceroso che era richiestissimo per la sua purezza, tanto da essere impiegato nella cosmesi o come lubrificante per meccanismi di precisione. Deluso da un bottino di soli 750 barili, Pollard, doppiato Capo Horn, decise di spingersi in acque sconosciute, nel Pacifico. Il 16 novembre 1820, avvistato un branco di capodogli, diede ordine di calare in mare le lance. Per i cetacei era il periodo degli amori: tre femmine vennero arpionate facilmente, ma un gigantesco maschio, inaspettatamente, si lanciò a più riprese contro lo scafo della nave sfondandone la prua. La nave cominciò ad affondare; gli uomini e i balenieri, attoniti, recuperarono in fretta viveri, acqua, strumenti di navigazione e qualche arma. Contemporaneamente, sulle loro tre fragili scialuppe innalzarono dei piccoli alberi con una velatura improvvisata.

Cominciava la terribile Odissea: navigarono per un mese, razionando il cibo e soffrendo spaventosamente la sete quando, finalmente, avvistarono terra: era l’isola di Henderson, un piccolo atollo corallino tra Australia e Cile. I naufraghi poterono rifocillarsi nutrendosi di molluschi, di uccelli marini e delle loro uova, ma vitale fu la scoperta di una piccola sorgente che veniva periodicamente ricoperta dalla marea. Dal rinvenimento di otto scheletri in una caverna – evidentemente altri naufraghi – compresero che le scarsissime risorse dell’isola non avrebbero consentito loro una lunga sopravvivenza. Così, dopo una decina di giorni decisero di riprendere il largo, ma tre di loro, in condizioni fisiche precarie, decisero di restare sull’isola. Tra questi, Thomas Chappel, appunto.

In mare aperto, le lance andarono alla deriva separandosi fra loro. Dopo pochi giorni le provviste terminarono e gli uomini cominciarono a morire uno dopo l’altro. I primi corpi furono consegnati pietosamente al mare, ma dopo un mese in balia delle onde si comprese che l’unico modo per sopravvivere era quello di cibarsi di coloro che non resistevano. Quando sulla scialuppa del capitano Pollard anche questa “risorsa alimentare” terminò, fu necessario ricorrere a un drammatico sorteggio. Toccò a un 19enne, Owen Coffin, peraltro cugino di Pollard, sacrificarsi per nutrire gli altri e affrontò coraggiosamente il suo destino. La sorte decise ancora chi doveva sparargli, con la sola pistola rimasta a bordo. Della terza scialuppa non si seppe più nulla.

Dopo circa tre mesi alla deriva, la lancia di Pollard e quella di Chase incontrarono delle navi che li raccolsero in condizioni prossime alla fine e li poterono rifocillare. Di venti uomini se ne salvarono solo otto. I cinque superstiti delle scialuppe avvertirono, infatti, dei loro tre compagni rimasti sull’isola che, nel frattempo, affrontavano prove durissime: la sorgente d’acqua era stata ricoperta dal mare e potevano dissetarsi solo con un po’ d’acqua piovana, ma a volte, erano costretti a bere il sangue degli uccelli marini che riuscivano a catturare. Di frutta non ce n’era – se non qualche rara bacca – e non avevano attrezzature per pescare.

Così annotava Thomas Chappel: “In tali condizioni scoprii che i sentimenti religiosi mi erano non solo utili, ma assolutamente necessari a sopportare prove tanto penose. Un uomo che brami la felicità, in questo o in quel mondo a venire, non può trovarla che in Dio e nell’abbandono a Lui. Noi, in quelle circostanze, pregavamo fervidamente e traevamo conforto e ragione di vita dalla fiducia nel Signore”. Non si riesce a comprendere bene a quale chiesa cristana Chappel appartenesse, ma il suo scritto riserva ammonimenti che oggi, in un certo clima di noncuranza per i destini ultimi dell’anima, risuonano con un particolare significato proprio per i cattolici: “Possiamo essere sventurati in questo mondo e felici nell’altro. O felici in questo e sventurati dopo e le due cose non dipendono l’una dall’altra, non sono minimamente collegate. […] Solo comprendendo la fragilità della nostra natura, la malignità del peccato e la necessità di mutare cuore, possiamo confidare in Lui per il perdono delle nostre colpe. Ricordate che tutti, uomini di mare e di terra, trascorrono rapidi verso l’Eternità! Parola solenne, terribile per quanti sono sulla strada del peccato e della follia, ma soave per coloro che credono nel Signore Gesù Cristo. Per quanto il cammino del credente possa essere un oceano tempestoso, egli procede tuttavia nella fede, sicuro di raggiungere il porto della salvezza, poiché Cristo è il suo pilota e salvatore”. Si conclude così il racconto di Chappel, novello Giona, rapito da una balena e vomitato sulla terra per volontà di Dio, forse perché anche lui cominciasse a predicare in un mondo ostile.


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