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NEWS 25 dicembre 2018    di Ermes Dovico
«Il Natale ci insegna a tornare bambini davanti al Padre celeste»

«È nato per noi un bambino, un figlio ci è stato donato: egli avrà sulle spalle il dominio, Consigliere ammirabile sarà il suo nome». Dopo la grande attesa e la celebrazione nella Messa notturna della nascita secondo la carne del Salvatore, l’antifona che introduce la Messa del giorno, ispirata a uno splendido brano del profeta Isaia (Is 9,1-6), ci ricorda subito l’eternità del disegno di Dio di incarnarsi – nella pienezza dei tempi – per nostro amore. Per condurci a Lui. Il Timone ha chiesto a padre Antonio Maria Sicari, teologo appartenente all’Ordine dei carmelitani scalzi e autore di svariate biografie dei santi (tra le sue pubblicazioni più recenti segnaliamo Così muoiono i santi. 100 racconti di risurrezione), di aiutarci a entrare nel mistero del Natale: Gesù Bambino.

Padre Sicari, Dio Figlio si abbassa nella storia dell’uomo per prendersi cura di noi e quindi offrirci la salvezza, eppure tra gli infiniti modi che Dio aveva per fare il suo ingresso nel mondo decide di farsi Bambino. Come leggere questo disegno della Santissima Trinità?

È vero che Dio avrebbe potuto scegliere infiniti modi per entrare nel mondo, ma in realtà ne aveva uno solo che fosse pienamente «umano»: quello di manifestarsi e donarsi a noi umanamente. Non è un gioco di parole: il Figlio eterno di Dio, per venire a parlarci del Padre, non aveva modo migliore, più realistico e più amabile di quello di «incarnarsi»; e l’Incarnazione, per essere seria, deve iniziare col suo «farsi Bambino» in mezzo a noi. E questo perché doveva insegnarci anzitutto a tornare bambini, davanti al Padre Celeste. L’infanzia di Gesù (e poi i primi trent’anni di vita a Nazareth, di cui non sappiamo quasi niente, nel senso che sappiamo tutto: cioè la normalità del vivere) è una garanzia del fatto che Dio ha voluto prendersi cura di tutte le stagioni della nostra vita: dalla nostra nascita in terra alla nascita in cielo.

Gesù si incarna in una famiglia, una realtà stabilita da Dio che oggi vediamo particolarmente sotto attacco, come del resto tutto ciò che è legato al Natale. Dove sta il legame tra questi due aspetti?

La famiglia è il sacramento originario della Creazione (là dove Dio ha posto i segni e i doni della sua natura d’Amore) ed è anche il primo sacramento della Redenzione (là dove Dio si prende cura delle nostre debolezze e del nostro continuo bisogno di perdono e di salvezza). L’aggressione alla famiglia dipende dal fatto che l’amore, invece d’essere vissuto come dono e responsabilità e come immedesimazione in Dio, viene concepito come conquista e dominio. E poiché l’amore, di natura sua, esige l’Infinito, ecco che l’infinità del dono di sé si tramuta in pretesa illimitata di possesso. Il rifiuto del Natale, in tanti cuori e in tante pseudo-culture, nasconde il fastidio di tutto ciò che si chiama tenerezza, umiltà, debolezza, attesa, vera intimità. E alcuni di coloro che vivono l’«amore» come possesso provano spesso una voglia disumana di profanare proprio il Natale.

Maria e Giuseppe furono i primi ad adorare il Verbo divino fatto carne: che cosa suggerisce la loro storia agli uomini di oggi?

Maria e Giuseppe ci suggeriscono la necessità di «tornare a Nazareth», là dove vennero sperimentati i primi «avvenimenti» (o fatti) cristiani. Basta rileggere le parole pronunciate da Maria nei Vangeli dell’infanzia: sulle labbra di Lei, le «parole antiche» della Scrittura (parole come «salvezza», «grandi opere», «misericordia», «benedizione», «esultanza») acquistano un peso carnale, proprio in base all’esperienza del concepimento e della gravidanza che Lei sta vivendo. Non è difficile immaginare come a Nazareth perfino le chiacchiere che risuonavano nella santa dimora fossero «preghiera», cioè «dialogo con Dio»,  e perfino le normali cure prestate quotidianamente al Bambino fossero «culto dovuto a Dio». E gli sguardi sulla realtà avessero già in sé la purezza e la profondità della contemplazione cristiana. In qualche maniera si può dire che a Nazareth è già accaduto tutto ciò che noi cristiani dobbiamo imparare.

Diversi santi hanno vissuto il dono di poter tenere in braccio Gesù Bambino. Una santa carmelitana molto cara alla pietà cristiana e che lei conosce bene, Teresa del Bambin Gesù, aveva addirittura “incorporato” questo mistero nel suo nome da religiosa e diceva: «Voglio davvero che il piccolo Gesù si trovi così bene nel mio cuore da non pensare più a ritornare in Cielo». Secondo lei, perché i santi riuscivano a vivere così in pienezza il particolare mistero di Gesù Bambino? E in che modo imitarli?

La frase di Santa Teresa di Gesù Bambino che lei cita, all’inizio fu una sorta di preghiera che le fu consigliata  dalla sorella per prepararsi alla prima Comunione. I Santi erano totalmente afferrati dalla fede in Gesù Risorto (quindi, vivo e vero, non riducibile a sentimento, discorso, idea, programma o altro di simile) da sentirsi afferrati ora dalla Sua santa Umanità. Si percepivano come «un prolungamento», umile ma vero, dell’Incarnazione di Cristo: offrivano a Gesù la propria umanità affinché la sua Incarnazione potesse continuare qui e ora, a vantaggio delle persone che incontravano. Se alcuni ebbero il dono di vedere Gesù Bambino e tenerlo tra le braccia, lo ricevettero in forza dell’atteggiamento mariano di tutto il loro essere, teso a «generare Cristo».

E con l’auspicio di generare Cristo nelle nostre vite, Il Timone augura a tutti un santo Natale.


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