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NEWS 10 maggio 2021    di Redazione

Nel post-Covid perderemo se l’amore è ridotto ad affare privato

Pubblichiamo alcuni stralci della lezione tenuta on line il 13 marzo 2021 da don Livio Melina, già ordinario di Teologia morale presso il Pontificio istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia e Preside dello stesso istituto dal 2006 al 2016, nel contesto della conferenza: “Riflessioni e proposte sulla condivisione umana” presso l’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica di Seoul, Corea del Sud – Campus di Songeui (fonte dell’intervento integrale: Veritas Amoris Review)

di Livio Melina

[…] Due fenomeni tipici del periodo di confinamento (lockdown) hanno inciso sulla vita familiare: lo smart working (“lavoro da casa”) e il distance schooling (DAD: “didattica a distanza”). La sovrapposizione del tempo lavorativo e scolastico rispetto a quello familiare ha costretto le persone ad una difficile negoziazione degli spazi domestici e degli strumenti informatici, dando origine non sempre ad una condivisione conviviale, ma spesso anche a situazioni conflittuali. I genitori hanno subito una alfabetizzazione digitale forzata e un aggiornamento tecnologico non sempre riuscito.

Naturalmente le disuguaglianze economiche, sociali e culturali, dovute al reddito, alla composizione del nucleo familiare, al livello di formazione, alla posizione geografica, hanno inciso fortemente differenziando le conseguenze della crisi. Un rapporto di Aloysius John, Segretario Generale di Caritas Internationalis, pubblicato nel giugno 2020, mostra come le famiglie a basso reddito dell’occidente, così come quelle più povere dei Paesi più svantaggiati siano state quelle più vulnerabili e più colpite, cosicché «l’impatto del coronavirus ha aumentato la disuguaglianza e la disuguaglianza ha peggiorato la diffusione della pandemia».

Un effetto da considerare attentamente per la sua potenzialità socialmente dirompente è quello dello scontro generazionale innestato dalla crisi del coronavirus. Si è verificata quella che Giuseppe De Rita ha crudamente ma efficacemente definito la “decimazione di un’intera generazione” di anziani: estromessi dalle loro case e confinati in residenze spesso poco confortevoli e impersonali, i vecchi sono stati le vittime predilette del virus. Ciò ha messo drammaticamente in luce la condizione di solitudine e spesso di abbandono in cui vivono gli anziani delle nostre società sviluppate. […]

Le generazioni più giovani, così come da anni hanno voltato la faccia dall’altra parte di fronte ai problemi della vita nascente, chiudendosi in un egoismo di coppia e negando con l’aborto ai non ancora nati la stessa dignità che viene riconosciuta alla vita già nata, così ora la stanno voltando anche di fronte ai problemi della terza e della quarta età. Con questo si vede che la questione del conflitto generazionale, emersa nella crisi pandemica, ha una portata non solo demografica, ma anche di giustizia sociale.

Per sintetizzare questa rapida panoramica dell’impatto della crisi sulla famiglia, possiamo sinteticamente evidenziare tre elementi. In primo luogo la pandemia ha mostrato l’importanza delle relazioni sociali dentro e fuori la famiglia, soprattutto nei confini tra il dentro e il fuori: significativa è stata la necessità di definire, anche giuridicamente chi fossero i congiunti e che cosa fossero gli “affetti stabili”. In effetti senza relazioni, mediate dal corpo, il virus non esiste. Per ragioni sanitarie si dovrebbero evitare quindi tali relazioni, ma come si fa a vivere senza relazioni? In secondo luogo è entrata in campo massicciamente la tecnologia delle comunicazioni digitali, che ha preteso non solo di supplire ad una mancanza temporanea, ma di sostituire le relazioni mediate corporalmente. Ma tale modalità disincarnata di relazionarsi ha mostrato nuovi inquietanti pericoli per la persona e per la famiglia. In terzo luogo abbiamo però notato come la famiglia si sia sorprendentemente confermata come fattore decisivo per una società sana e prospera. Ma fino a che punto ciò può continuare in una dinamica sociale avversa ad un’autentica cultura della famiglia?

La pandemia può anche offrire possibilità positive, come abbiamo visto sostenere da taluni economisti e ingegneri sociali? Ma positive in che senso? Questione decisiva è il criterio del cambiamento. Papa Francesco ha affermato che il problema è proprio il seguente: «Siccome da una crisi non se ne esce mai come prima, il problema è come fare ad uscirne migliori e non peggiori». Ma con quale criterio si giudica il miglioramento o il peggioramento: con quello del World Economic Forum o con quello della vita buona, secondo i principi dell’esperienza, del cuore e della legge naturale?

La mia tesi è che dipende dalla famiglia se ne usciremo migliori da questa crisi. Contro chi vorrebbe profittarne per ridisegnare la famiglia in chiave ancor più individualistica e privatistica, credo che occorra opporre la via contraria, quella che conduce verso l’alternativa di una famiglia relazionale e generativa, capace di essere il punto di difesa dell’identità della persona umana.

In uno dei suoi ultimi interventi, in occasione degli auguri natalizi alla Curia Romana, il 21 dicembre 2012, papa Benedetto XVI aveva lanciato un grido di allarme proprio sul tema della famiglia, messa radicalmente in discussione nella sua fisionomia naturale, di relazione fondata sul matrimonio come legame stabile tra un uomo e una donna, finalizzato alla procreazione e all’educazione dei figli. Egli ha affermato che qui non è in gioco solo una determinata forma sociale, ma l’uomo stesso nella sua dignità fondamentale: se infatti si rifiuta questo legame «scompaiono le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio». Se perdessimo queste esperienze originarie che ci danno identità, vivremo in una società di individui che non si sanno più figli, che vivono nella confusione dei generi sessuali, che non hanno fratelli, perché figli unici, che non vogliono essere più padri e madri. Staccato dalle relazioni familiari che gli danno identità, e separato da Dio, l’individuo isolato diventa debole e fragile, vittima predestinata di ogni manipolazione del potere.

Ma c’è un’alternativa, dicevamo. Essa consiste nel promuovere una «famiglia relazionale, nella quale le relazioni fra uomini e donne, così come fra generazioni, sono caratterizzate dalla fiducia, cooperazione e reciprocità come progetto riflessivo di vita. Cioè una struttura sociale di relazioni di cura – come scrive il sociologo Pierpaolo Donati – che ha in sé, per via della generatività della coppia e della trasmissione generazionale, la capacità di realizzare un progetto specifico di vita in comune […]».

Qui emerge la seconda caratteristica della famiglia, da promuovere: la generatività, cioè la sua capacità di accogliere la vita e di saperla trasmettere. […] La generatività della famiglia va oltre la dimensione procreativa e diventa capacità di produrre beni relazionali, come sono le virtù che permettono alla società di esistere e di crescere.[…]

Si può facilmente capire che una società, per non diventare disumana e autodistruggersi, ha bisogno di attingere i valori della fiducia reciproca, della lealtà, della solidarietà, proprio nell’ambito delle relazioni primarie proprie della famiglia. Essa costituisce il capitale sociale primario, che fonda poi quello secondario, costituito dalle reti e relazioni associative nella sfera civica. Il capitale sociale è dunque un bene relazionale prodotto e fruito insieme, senza del quale la società non può sussistere.

Il ragionamento è qui estremamente semplice: la società ha interesse vitale a favorire quell’agenzia primaria di formazione del capitale sociale che è la famiglia monogamica stabile, fondata sull’unione feconda tra un uomo e una donna. Proprio nella differenza sessuale riconosciuta si ha la forma archetipica dell’accoglienza dell’altro nella sua identità e alterità, che fonda la reciprocità. Solo nella stabilità del legame è possibile che si realizzi la funzione positiva per le persone implicate e la capacità educativa. Solo nella generazione e nell’educazione dei figli la società si assicura il futuro. Solo nel sostegno dei più deboli e degli anziani, garantito dalla famiglia, essa è in grado di rispondere adeguatamente a bisogni sociali emergenti e sempre più imponenti.

La pandemia ci toglie il respiro, non solo fisiologicamente mediante gli effetti talvolta letali della patologia virale Covid 19, ma anche socialmente e umanamente per il timore, che l’isolamento sociale provoca. Jean Guitton diceva che come per respirare abbiamo bisogno dell’atmosfera, così per amare ci è necessario disporre di una “erosfera”. L’amore soffoca se lo si isola come un affare privato, incapace di collegarsi al resto del mondo.

La famiglia è il luogo in cui possiamo ricominciare a respirare, all’interno di quelle relazioni fondamentali che ci danno identità e ci rivelano il nostro compito nel mondo, generando nuove relazioni sociali. Le sfide del Great Reset non possono trovare risposta in forme di ingegneria sociale che snaturano la famiglia, la chiudono in se stessa e la privatizzano, provocando ancor più isolamento negli individui, ma nella promozione di una famiglia che, conforme alla sua indole naturale e al progetto divino originario, sia nello stesso tempo relazionale e generativa, capace di accogliere e far crescere la vita.


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