domenica 29 novembre 2020
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NEWS 20 novembre 2020    di Giuliano Guzzo
“Nonna” partorisce “nipote”, l’utero in affitto colpisce ancora

Alla fine è successo: l’influencer americana Breanna Lockwood nei giorni scorsi è “diventata mamma”. A darne notizia è stata, ovviamente su Instagram, “mamma” Breanna stessa, 29 anni e sposata con Aaron, la quale il 6 novembre ha comunicato della venuta dal mondo, avvenuta quattro giorni prima, della “sua” piccola Briar Juliette Lockdwood. Al lettore che si stesse chiedendo come mai dell’uso insistito delle virgolette, ricordiamo che la signora Lockwood – come ben sapranno i suoi 165.000 follower – è madre solo biologica della sua piccola, poiché ha fornito i suoi ovuli, dal momento la bimba è stata portata in grembo e partorita dalla madre di lei, nonché quella che dovrebbe essere la “nonna”, Julie Loving, 51 anni, offertasi di portare in grembo “la nipote”, che poi è la figlia, pur di soddisfare i desideri genitoriali di Breanna.

Sì, perché l’influencer oggi “mamma” era reduce da vari e sofferti tentativi di diventare madre tramite la fecondazione in vitro: tutti naufragati. Di qui la scelta di nonna Julie di farsi avanti prestando il suo uteroi con alla fine la nascita, nei giorni scorsi, della bambina, figlia che per i mondo è nipote. Per la verità, non si tratta del primo caso in assoluto di questo tipo – già nell’aprile 2019, per esempio, era uscita la notizia che Cecile Eledge, una donna di 61 anni del Nebraska, aveva messo al mondo “la figlia del figlio” omosessuale -, ma ciò non ha impedito a Breanna Lockwood di vendere la sua storia sui media. Infatti, da brava, è corsa a raccontare la sua vicenda al noto programma Good Morning America, della rete televisiva ABC.

Naturalmente, nella presentazione sui media di questa sconvolgente vicenda, sta prevalendo una narrazione sdolcinata in cui nonna Julie – la quale indubbiamente si è sottoposta, se non altro per ragioni di età, ad una esperienza tutt’altro che priva di rischi – fa la parte della donna dal grande cuore di mamma. «Spesso», ha dichiarato la signora, «mi è stato chiedo come mai mi fossi offerta di portare in grembo il figlio di Breanna e Aaron, e vorrei ora poter esprimere con più di semplici parole come mi sento. Negli ultimi anni, ho visto i bellissimi occhi di mia figlia iniziare a riempirsi di disperazione e dolore mentre i suoi sogni di essere madre sembravano scivolare via lentamente da lei, ma sapevo che io la avrei potuto aiutare».

Siamo insomma alla solita, lacrimevole cantilena che in effetti è utilissima ad uno scopo: quello di minimizzare se non occultare del tutto quello che è a tutti gli effetti un ribaltamento del ciclo naturale delle cose. Non ci sono infatti termini e condizioni che possano giustificare il rovesciamento anagrafico e biologico che fa sì che debbano essere i figli a dare i nipoti ai genitori, e non viceversa; certo, le tecniche oggi a nostra disposizione – maternità surrogata in primis – rendono possibile anche questo.
Ma ciò da un lato non può far passare in secondo piano l’abuso verificatosi e, dall’altro, non può far dimenticare a chiunque apprenda di questa notizia come la piccola Briar Juliette Lockdwood – prima che della “madre” Breanna o della nonna Julie – sia anzitutto figlia di una pretesa: quella di non di una famiglia, bensì di una società che non ritiene di poter porre più nessun confine ai propri desideri. Con la conseguenza che un figlio, al pari di un qualsiasi altro prodotto di consumo, sia un bene esigibile a tutti i costi. E tanti saluti,ça va sans dire, alla dignità umana, questa sconosciuta.


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