martedì 27 ottobre 2020
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NEWS 15 settembre 2020    di Raffaella Frullone
Omofobia: l’identità negata di Cira e una legge che non serve

I fatti di Caivano, nel napoletano, sono stati al centro di un vero e proprio cortocircuito mediatico.

Si legge sul quotidiano La Stampa del 13 settembre: «È stata inseguita e speronata dal fratello per una relazione con Ciro, un ragazzo trans, è caduta dallo scooter sul quale viaggiava ed è morta. È questo l’origine dell’incidente avvenuto nel napoletano, nel quale è deceduta Maria Paola Gaglione, mentre il compagno è rimasto ferito e, ancora sanguinante per terra, è stato anche picchiato dal fratello della vittima, Michele Antonio Gaglione fermato dai carabinieri. Maria Paola e il fidanzato l’altro ieri sera erano in viaggio da Caivano ad Acerra quando sono stati raggiunti dal giovane, anch’egli a bordo di uno scooter, che ha tamponato con violenza il mezzo provocando la caduta dei due».

La notizia si capisce a fatica. La maggior parte dei media mainstream, dai quotidiani ai tg, parla di un fidanzato, un compagno, al maschile scrivono Ciro. Qualcuno specifica solo «un ragazzo trans», è come se all’unisono avessero deciso di negare l’identità biologica della ragazza. Sì, perché Ciro, all’anagrafe è Cira, 22 anni, cresciuta a Caivano insieme alla madre che per sbarcare il lunario fa l’ambulante. Il padre non c’è, chissà dov’è, nessuno se lo chiede. Tutti però scrivono che Cira «non accettava la sua identità femminile» e da qualche anno aveva «intrapreso il percorso per diventare uomo». Inseguendo l’illusione di diventare uomo Cira si veste da maschio, capelli corti e tatuaggi che gli coprono gran parte del corpo, e forse anche quelle ferite nell’anima che si porta dentro, magari per essere cresciuta senza padre al Parco Verde di Caivano, «un inferno» – scrive il quotidiano Il Mattino, «dove la vita di un ragazzo vale meno di una dose». Cira si arrabatta, a fatica per trovare un lavoro, da tre anni ha una relazione con Maria Paola, 18 anni, che prima era la sua migliore amica. Stanno quindi insieme da quando la vittima aveva solo 15 anni, e da un mese vivevano insieme ad Acerra. «La le discussioni in casa per la mia relazione mi uccidono», aveva confidato Maria Paola. L’ultima lite, quella di sabato sera con il fratello Michele, di 12 anni più grande di lei, era scaturito proprio dalla convivenza con Cira ad Acerra. Michele era intenzionato a riportare la sorella a casa, ma la lite è degenerata in uno speronamento mortale. Volontario per la famiglia di Cira, un incidente secondo la famiglia Gaglione.

Una vicenda di miseria economica, sociale e relazionale, ma che tutti i media hanno schiacciato unicamente sulla dimensione Lgbt. Nessuno si chiede niente sulla storia di questi tre ragazzi, nessuno va a indagare nelle piaghe della loro storia, tutti si affannano solamente a parlare di «Ciro», al maschile.

«Non negate l’identità di genere di #Ciro – chiede Monica Cirinnà, senatrice del Pd e madrina della legge sulle cosiddette unioni civili – restituite dignità a questi ragazzi». Eppure è proprio la mamma di Cira, nel suo sfogo su Facebook, che parla di Cira al femminile, parla di «sua figlia». Elena Tebano sul La 27esima ora – blog femminile del Corriere della Sera – ci tiene a precisare che «Paola stava con un ragazzo transgender (una persona con una biologia e documenti femminili ma con un’identità maschile, da qui il fraintendimento delle prime notizie sulla vicenda che avevano parlato di relazione lesbica), anche lui rimasto ferito nell’incidente». Mentre Arcilesbica dalla sua specifica: «La transessualità non si autocertifica, ci sono passi da fare ben precisi. Il fatto al momento non smentito è che Cira Migliore ha documenti e corpo femminili, non ha mai iniziato alcun percorso di transizione. In caso questo venga ufficialmente rettificato, provvederemo a chiamarlo Ciro, trans ftm, da femmina a maschio. Fino ad allora Cira Migliore è realmente una vittima di violenza misogina a cui è stata tolta con la morte la compagna Maria Paola Gaglione, le facciamo le più sincere condoglianze e piangiamo un altro femminicidio. Che sia maledetta la pretesa maschilista di governare le donne, correggerci, punirci, darci lezioni, lavare nel sangue nostro il loro onore».

Sembra una gara a chi si accaparra la vittima. Ieri Cira è stata intervistata da Repubblica, dal Corriere della Sera e ha anche risposto ai giornalisti in una conferenza stampa surreale in ospedale dove mascherina e dialetto strettissimo rendevano incomprensibili gran parte delle dichiarazioni. Non poteva mancare il coro della politica arcobaleno: da Alessandro Zan a Laura Boldrini, passando per Monica Cirinnà, tutti a ribadire a gran voce che alla luce dell’accaduto «c’è bisogno della legge sull’omotransfobia».

Eppure la realtà dice altro. Michele Gaglione è in stato di fermo, convalidato ieri dal Gip di Nola, resta in carcere dovrà rispondere di omicidio preterintenzionale, violenza privata e lesioni personali aggravate dai futili motivi. La giustizia sta già facendo il suo corso. Non c’è bisogno di nessuna legge. Ci sarebbe bisogno di qualcuno che medichi le ferite causate e lasciate in queste due famiglie lacerate in una terra dimenticata, ma questo non interessa a nessuno.

 


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