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NEWS 31 Dicembre 2020    di Redazione

Passa l’aborto in Argentina, ma la Costituzione è stata violata

Con l’approvazione di ieri da parte de Senato, la partita dell’aborto in Argentina è drammaticamente segnata. L’unica speranza che resta al frente celeste (la rappresentativa maggioritaria nel Paese) è quella rappresentata dal ricorso in Corte Costituzionale dato che la legge votata nella notte di mercoledì a Buenos Aires è palesemente in contrasto con l’articolo 4 della Costituzione che recita: «Il diritto alla vita è inerente alla persona umana. La sua protezione è garantita fin dal concepimento». Con queste palesi violazioni, per una legge che non segna solo la liceità giuridica dell’uccisione del feto nel grembo materno, ma contiene anche pesantissime limitazioni all’obiezione di coscienza e altrettanto preoccupanti liberalizzazioni per le minorenni maggiori di 13 anni, è normale che anche l’iter della votazione sia stato segnato da pressioni al limite dell’intimidazione.

A denunciarlo è la senatrice Silvia Elías de Pérez che ha tirato in ballo il presidente Alberto Fernandez in persona, responsabile di aver fatto pressioni personalmente sui senatori a votare a favore della legge. Un’accusa pesante che arriva al termine di un voto drammatico per il parlamento argentino, che si è spaccato nel votare (38 favorevoli e 32 contrari) il sì finale. Esultano dunque le lobby abortiste, la cui regina è quell’International Planned Parenthood che ha investito molti soldi nel Paese con la strategia radicalista già vista in opera anche in Italia degli abortifici clandestini da chiudere perché pericolosi.

Soldi dunque dagli organismi internazionali, a cominciare da Amnesty International. E soldi che arriveranno anche dagli Stati Uniti, dove l’insediamento di Biden alla Casa Bianca non farà altro che rafforzare la strategia abortista nei Paesi che economicamente dipendono dagli organismi internazionali. Nel corso della conferenza stampa, la senatrice dell’Unión Cívica Radical, ha ricordato che al momento dell’ingresso in aula la situazione era di sostanziale parità, ma l’intervento a gamba tesa del presidente con ostinazione verso i più indecisi tra i senatori, ha fatto pendere la bilancia dalla parte dell’aborto legale. Ora la palla passerà quasi sicuramente alla Corte Costituzionale che dovrà pronunciarsi sul rispetto della carta.

Finisce quindi, con onore, la coraggiosa marcia del frente celeste nato solo nel 2018 che è riuscito però a coordinarsi e a portare in piazza migliaia di argentini mostrando che la maggioranza del Paese era a favore de las dos vidas come recita il fortunato claim che si è imposto nel Paese. Purtroppo, come è stato notato dai vescovi argentini nel commentare la notizia, «la classe politica non è rappresentativa di questo popolo». Vescovi che, pur criticando nel merito la legge e sostenendo preghiere e marce più o meno apertamente, è apparsa quasi ininfluente a sua volta nel consesso del potere soprattutto dopo che il presidente peronista si è intestato la battaglia dell’aborto proprio pur professandosi cattolico. Le sue parole non sono state stigmatizzate adeguatamente dai vescovi ed è passato il messaggio più comodo, di una tolleranza di vedute nel dibattito democratico. Alla fine, nonostante l’impegno generoso di vescovi e preti sparsi nel Paese, questa reticenza ha pagato.

Così come ha inciso, non nel risultato, ma almeno nella convinzione che tutte le strade siano state tentate, il silenzio pubblico del cittadino più illustre d’Argentina: quel Papa Francesco che ha scritto privatamente contro la proposta di legge, ma del quale sono mancati gli appelli di sostegno al frente celeste le condanne pubbliche del tentativo di introdurre l’uccisione dell’essere umano nel grembo. Anche questi silenzi alla fine hanno pesato nella percezione della sconfitta.


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