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NEWS 26 Novembre 2022    di Valerio Pece

«Per il convegno pro family, respinse le pressioni del Coordinatore degli Expo nel mondo»

Ieri Varese ha dato l’ultimo saluto a Roberto Maroni, ex ministro dell’Interno, ex governatore della Lombardia, scomparso martedì all’età di 67 anni. Ai funerali di Stato, officiato nella Basilica di San Vittore, erano presenti le più alte cariche politiche, dai presidenti di Camera e Senato a molti ministri, fino allo stato maggiore della Lega, il partito in cui Maroni ha militato in un modo tutto suo. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, presente alle esequie, ha sottolineato quanto “Bobo” Maroni fosse «una delle persone che più sapevano fare il gioco di squadra», tanto da conservarne «un ricordo straordinario».

Nei moltissimi attestati di stima e di affetto che si sono riversati sul politico scomparso, un punto è sembrato rimanere scoperto, anche dal mondo cattolico: il grande coraggio dimostrato da Roberto Maroni riguardo la difesa della vita e della famiglia. Per Cristina Cappellini, assessore alla Cultura alla Regione Lombardia negli anni della presidenza Maroni, nonché suo braccio destro in molte battaglie di libertà, «è stato senz’altro il politico che su questi temi ha fatto di più». Il Timone l’ha incontrata.

Cappellini, che ricordo ha dell’uomo Maroni? «Era un vulcano mite, un uomo pieno di passioni, dalla politica al calcio alla barca a vela. Senza parlare della musica e della sua band, i Distretto 51. Insomma, sapeva staccare, per questo forse era sempre sereno. Non l’ho mai visto arrabbiato, nervoso. Piuttosto era cordiale con tutti, e ottimista, come ha sottolineato la famiglia in una nota».

Si dice che non sia stato sempre capito, anche nel suo partito. «Con gli avversari aveva un rapporto molto franco, di dialogo. Maroni era un uomo che davanti ad un progetto che lui riteneva utile per la Lombardia, che questo venisse dal Pd o dalla sua Lega, lo sposava senza riserve. Collaborando, se del caso, anche con maggioranze diverse. È questo il motivo per cui non sempre era compreso. Era davvero un politico sui generis».

Pochi in questi giorni hanno ricordato il suo impegno per le battaglie culturali che oggi si direbbero “divisive”. «E me ne dispiace. In effetti l’accento è caduto più su altro, ma posso testimoniare che la sua passione per la vita e la famiglia era enorme. Il bello è che quando, come Giunta, ci siamo insediati, mai avremmo pensato di affrontare certi discorsi, anche perché non si era ancora scatenata tutta quella propaganda ideologica che di lì a poco avrebbe sommerso il dibattito pubblico. Io in Regione mi occupavo di cultura, ma appena un anno dopo il nostro insediamento iniziai a ricevere diverse richieste di incontro. Si trattava di quelle realtà che avrebbero poi organizzato il Family Day».

Precisamente quali? «Esponenti di Alleanza Cattolica, delle Sentinelle in Piedi, di altri gruppi che si stavano mobilitando sul tema gender. C’era poi lo spauracchio del ddl Scalfarotto a creare problemi, con veglie delle Sentinelle che venivano disturbate o a cui veniva addirittura impedito di svolgersi».

Lei era dentro qualcuna di queste realtà? «No, era un mondo che all’epoca non frequentavo affatto. Approfondendo quei temi, però, mi accorsi che era un filone da seguire, e che le ragioni di allarme erano molte e fondate. Intanto informavo Maroni di tutto. A un certo punto ci chiesero di organizzare un convegno in Regione sul tema famiglia. Acconsentimmo. L’idea era quella di dare spazio a coloro che già si stavano occupando del tema: Costanza Miriano, Mario Adinolfi, Marco Invernizzi, padre Maurizio Botta, lo psicologo Marco Scicchitano, il sociologo Massimo Introvigne. Una grossa mano ce la dette un altro grande amico scomparso troppo presto, Luigi Amicone, che moderò l’incontro».

Il vostro convegno in Regione, in quel gennaio 2015, fu osteggiatissimo, tanto che sui giornali tenne banco per settimane. «Con un titolo assolutamente dialogante, “Difendere la famiglia per difendere la comunità”, mai avremmo pensato che sarebbe successo quel delirio, con attacchi violenti da parte della stampa, con una sala blindata, con poliziotti e digos perfino nei pianerottoli del palazzo della Regione. Uno scenario surreale».

Cosa era successo? «Il casus belli fu la locandina dell’evento, uscita dagli Uffici della Regione – non so se più o meno inavvertitamente – prima che noi spiegassimo il senso l’incontro. Siccome nel 2015 c’era l’accordo per cui ogni evento organizzato dalla Regione Lombardia doveva avere il logo dell’Expo, vedere nella locandina, accanto al logo, i nomi di quegli ospiti – molto invisi alla sinistra – fece sì che si scatenasse l’inferno».

In tutto ciò Roberto Maroni come si comportò? «Rimase fermissimo sulle sue posizioni, poiché fondamentalmente era stato “conquistato” dal significato dell’evento. Lui era così, se si convinceva della bontà di un’operazione, andava avanti nonostante tutto. Eppure le pressioni furono incredibili».

Chi si oppose?  «Moltissimi, anche a livello internazionale. Ero presente quando ricevette la telefonata dal Coordinatore internazionale degli Expo nel mondo, il quale gli chiese conto di questo convegno omofobo che si svolgeva a Milano con il patrocinio della Regione Lombardia e dell’Expo».

Impossibile che almeno in quel momento non abbia avuto un ripensamento… «Guardi, nel momento in cui gli avevo proposto la cosa, lui si era documentato a dovere, convincendosi che era una battaglia giusta, per cui non fece nessunissima marcia indietro. Anzi, i violenti attacchi, anche personali, che arrivarono dalla sinistra e dalla stampa, lo spronarono ancora di più. Durante il convegno oltraggiato fece anche un bell’intervento, tutto all’insegna della serenità e della mitezza. Aveva capito che il tema della famiglia aveva bisogno di una mano, di un faro di luce che in quel momento la illuminasse».

Da quel momento la vostra collaborazione su questi temi crebbe esponenzialmente.  «Quello in effetti è stato il primo di una lunga serie di incontri. Sempre nel 2015, ma a settembre, organizzammo un altro grande convegno sulla famiglia. Questa volta con Massimo Gandolfini, che nel frattempo era diventato il leader del Family Day».

A proposito di Family Day, Maroni partecipò anche a quelli… «Certo. Nel primo, quello di piazza San Giovanni, mandò me in rappresentanza della Regione. In occasione del secondo, quello partecipatissimo tenutosi al Circo Massimo, volle esserci anche lui. In più fece illuminare il Pirellone con la scritta “Family Day”. Al Circo Massimo ho il ricordo di un uomo felice di essere lì, orgoglioso di testimoniare la presenza convinta della sua regione.

Anche la vicenda di Charlie Gard lo toccò. È così? «Sì, infatti un’altra sua azione significativa fu l’esporre uno striscione in onore di quel bimbo lasciato morire in un ospedale inglese, contro il volere dei genitori, perché quello era il suo “best interest”… Eravamo riusciti a far stampare, a tempo di record, un cartellone con l’hastag #SaveCharlie, Maroni lo fece appendere in uno degli ingressi principali di Palazzo Lombardia».

 

Anche per i cristiani perseguitati l’ex Governatore ha avuto una particolare sensibilità. «Decisamente. Nel 2016, nel piazzale antistante Palazzo Lombardia, organizzammo una veglia di preghiera in memoria dei cristiani perseguitati. Maroni ovviamente era in pole position. Nell’occasione presentammo Cristiada, film sull’epopea dei cristiani perseguitati in Messico. Al fianco del Governatore, come testimonial, c’era Paul Bhattim, fratello del martire Shahbaz, ucciso in Pakistan a causa della sua fede cattolica. Fu un momento molto toccante».

Come arrivò a dedicarsi con tanta convinzione a questo tema? «Tutto fu facilitato dalla stretta collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre, fondazione che aveva come presidente per l’Italia Alfredo Mantovano, attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Maroni lo conosceva bene, poiché Mantovano era stato anche suo sottosegretario ai tempi in cui ricopriva la carica di Ministro dell’Interno. Per via di quest’amicizia organizzammo molti eventi in Regione, dando voce soprattutto alle testimonianze di esponenti religiosi provenienti dalla Siria, dall’Iraq, dal Pakistan, paesi nei quali i cristiani soffrono non poco per la loro fede. Ricordo ancora che quando Maroni vide al Meeting di Rimini la mostra di Aiuto alla Chiesa che Soffre sui cristiani perseguitati, decisamente intensa e dura, volle immediatamente portarla a Palazzo Lombardia».

…Tanto che la seconda volta che il Pirellone venne illuminato, la scritta che comparve fu proprio “Help Christians”. «Esatto. Anche quella volta il governatore Maroni volle accendere i riflettori (è proprio il caso di dirlo) sulla tragedia dei cristiani perseguitati nel mondo, organizzando un grande convegno. Ricordo l’Auditorium Gaber di Palazzo Pirelli stracolmo, in cui, moderati dal reporter di guerra Fausto Biloslavo, coadiuvato da Alfredo Mantovano e dall’Amministratore delegato del Giornale Andrea Pontini, portarono la loro testimonianza un monsignore siriano e un religioso iracheno. Anche in quell’occasione, con parole mirate, intervenne in prima persona Roberto Maroni».

«Papi, sappiamo che per te non è stato facile essere un papà, perché il tuo lavoro, che era la tua passione, ti portava spesso lontano da casa. Accendevamo la tv e ti vedevamo lì. Ma non siamo mai stati arrabbiati con te, era sempre una gioia vederti tornare nel weekend». Come commenta le parole del figlio Filippo? «Ieri, guardando i funerali, e l’altro ieri, andando a trovare la sorella di Roberto Maroni, ho capito che un uomo può girare il mondo, può avere tantissime conoscenze, ma alla fine quel che rimane è la famiglia. E infatti ha deciso che questi ultimi tempi li avrebbe passati lì, tra le mura domestiche, coccolato e accudito dai suoi cari. Se è vero che con incarichi del genere è difficile vivere gli affetti nella loro quotidianità, è pur vero che alla fine – e questo è indicativo oltre che bello – Maroni ha scelto la famiglia come nido sicuro, gustandosi l’affetto di moglie e figli e recuperando così il tempo perduto».

Non solo un politico sui generis ma anche un cattolico sui generis.  «Maroni proveniva da una famiglia cattolica, anche se lui non era un assiduo frequentatore della messa domenicale. Sta di fatto che su certi temi ha fatto molto, molto di più che tanti politici formalmente cattolici. Una delle tante prove, oltre ciò che ho provato a raccontarle, è che nel 2017, prima di terminare l’esperienza in regione, da Citizen Go ricevette il premio annuale “Bene comune” per quanto fatto a difesa della Famiglia e della Vita negli anni di governo della Lombardia» (Foto: Imagoeconomica).

 

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