giovedì 24 settembre 2020
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NEWS 10 aprile 2020    di Raffaella Frullone
Pilato, il piolo piantato in mezzo al Credo

Patì sotto Ponzio Pilato?, è il titolo, con un punto interrogativo, del suo libro del 1992 che ebbe ancora una volta un grande impatto sul mondo cattolico.  Lei lo presentò come la prosecuzione di Ipotesi su Gesù 16 anni dopo, ovvero come un soffermarsi sulla storicità degli eventi pasquali, dopo aver ragionato sulla storicità della figura di Gesù. Ma «patì sotto Ponzio Pilato» resta anche una frase misteriosa del nostro Credo. Il nome e cognome di quel grigio funzionario romano sono rimasti scolpiti nel simbolo stesso della nostra fede, e la Chiesa lo nominerà in eterno, per nome e cognome, mentre di tanti protagonisti cruciali del Vangelo quasi non abbiamo dati identificativi. Perché secondo Lei?

«E’ singolare: senza che Lei lo sapesse mi fa queste domande mentre io (chiuso in casa agli arresti domiciliari, come tutti) lavoro a una nuova ristampa proprio di Patì sotto Ponzio Pilato? Succede, infatti, che la SEI, l’editrice dei Salesiani, che aveva pubblicato il libro e le sue molte ristampe, si è unita ad un’altra Casa e ha deciso di pubblicare solo testi per la scuola. Così ho traslocato all’Ares di Milano, l’autorevole Casa cattolica, ciò che avevo alla SEI. In effetti, ricevevo e ricevo molti messaggi di lettori che si lamentavano di non trovare più in libreria quei miei testi. Così, l’Ares ha già ripubblicato Ipotesi su Gesù, pubblicherà questo autunno Patì sotto Ponzio Pilato? E poi Dicono che è risorto, la mia inchiesta sulla resurrezione. Sarà così ricomposta la trilogia apologetica su Gesù che mostra – documenti alla mano – che le fondamenta del cristianesimo sono solide ed è possibile provarlo. Tornando a Ponzio Pilato. In effetti ci si sorprende quando, recitando il Credo alla messa, spunta il suo nome. Perché? Io credo che sia stato inserito per confermare la credibilità della fede nel Cristo. Un nome storico e autorevole serve a mostrare che i Vangeli non sono quel complesso di miti e invenzioni, come molti hanno sostenuto. Pilato è una sorta di piolo che, piantato in mezzo al Credo, dà garanzia di verità, col suo nome stesso di alto funzionario dell’Impero romano.  Una ipotesi, la mia ma, penso, abbastanza credibile».

Patì sotto Ponzio Pilato? è stato citato da Ratzinger nel primo volume della sua trilogia su Gesù di Nazareth, con l’indicazione «vedasi l’importante libro di Vittorio Messori». Un onore che non è stato riservato ad esegeti illustri. C’è qualcosa che unisce idealmente un libro come il suo e quello di Ratzinger, nello specifico il secondo volume della trilogia su Gesù di Nazareth, quello che va appunto dall’ingresso a Gerusalemme alla risurrezione?

«Confesso di essere stato sorpreso da questa benevola esortazione a leggere mie libri da parte di un teologo eccelso come Joseph Ratzinger. Ma la sorpresa si è raddoppiata quando ho scoperto di essere citato anche (e pure stavolta non in una nota, ma nel testo stesso) nel suo secondo libro su Gesù. Tra l’altro, come mi hanno fatto notare, il mio nome è il solo citato tra gli studiosi viventi della Scrittura. Credo sia soprattutto una sua testimonianza di amicizia. Ci fu un tempo in cui «ratzingeriano» non suonava affatto bene e, per avere pubblicato un’intervista dove gli davo piena ragione, fui emarginato dai sedicenti “cattolici adulti”. Sta di fatto che tra noi nacque un’amicizia che nasceva dalla eguale prospettiva religiosa. Entrambi, infatti, approviamo il Concilio, ma quello vero, non quello inesistente presentato da molti teologi progressisti, sorretti quasi sempre, dai vaticanisti dei giornali. Riconosciute le debite distanze, i miei tre libri su Gesù, alla pari dei tre di Ratzinger, accettano la verità del racconto evangelico e non sono d’accordo con molti biblisti odierni che si allontanano dalla tradizione e vedono nel Vangelo il mito e l’invenzione mescolati a qualche verità. Insomma, Ratzinger ed io siamo entrambi tra coloro che riconoscono la necessità di esaminare a fondo la storia di Gesù, chiarendo e spiegando, ma senza metterne in discussione la verità: innanzitutto proprio la crocifissione e la resurrezione».

Dopo una vita di studio, di riflessione, e soprattutto dopo una vita da cristiano, se dovesse individuare un aspetto del Venerdì Santo che la colpisce particolarmente, che tocca una sua corda personale, cosa direbbe?

«Al di là, ovviamente, degli orrori della crocifissione, ciò che più mi coinvolge sono le parole dell’appeso: «Gesù, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre”. La tradizione ha sempre visto nell’apostolo Giovanni il simbolo della umanità intera, dove i componenti di essa  hanno in Maria la madre. Queste sono tra le parole del Cristo più confortanti e più importanti e da esse è nata tutta la grande, bella devozione mariana».


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