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NEWS 9 Luglio 2021    di Giuliano Guzzo

«Prendi un coltello e vai in chiesa», chiusa indagine sull’omicidio di padre Hamel

«Prendi un coltello e vai in chiesa». Questo si scrivevano tra loro, sulle chat di Telegram, i terroristi autori dell’attentato di Saint-Étienne-du-Rouvray, avvenuto il 26 luglio 2016, allorquando due fondamentalisti – Adel Kermiche e Abdel Malik Petitjean, il primo peraltro già in regime di controllo giudiziario, mediante braccialetto elettronico – hanno fatto irruzione nella chiesa di Santo Stefano, sgozzando Jacques Hamel, anziano sacerdote cattolico di 85 anni, e ferendo gravemente un fedele.

A metter insieme la sconvolgente messaggistica degli attentatori, filtrata sui media francesi, sono stati i servizi segreti d’Oltralpe, come ha ricostruito La Vie, – attivatisi anche grazie allo scrupoloso giudice antiterrorismo Emmanuelle Robinson – a conclusione di un lavoro durato anni. Grazie a questa indagine sono inoltre emersi altri aspetti legati a quei fatti, che, attenzione, tutto furono fuorché casuali essendo, al contrario, il drammatico esito di un piano targato Isis. Più precisamente, l’intelligence francese è riuscita a ricostruire uno scenario – che, semplificando, si potrebbe definire di triangolazione – tra i due attentatori di padre Hamel e quella che fu la mente di quel brutale omicidio, vale a dire Rachid Kassim, leader dello Stato islamico responsabile del reclutamento di militanti di lingua francese.

Kassim era in particolare in contatto con Abdel-Malik Petitjean, che ha provveduto ad istruire nel dettaglio su come avrebbe dovuto essere condotto l’attacco. Tra le indicazioni date all’attentatore, svetta per crudeltà quella che, dalla Siria, arrivò circa sette giorni prima i fatti, e già accennata in apertura: «Prendi un coltello, vai in una chiesa, fai una carneficina. Taglia anche due o tre teste, ed ecco fatto». La mente, sempre cioè il il citato Kassim, era figura nota ai servizi segreti non solo francesi, tanto che è stato successivamente preso di mira – su esplicita richiesta della Francia, nella fondata convinzione che costituisse una minaccia – attraverso un attacco di droni statunitensi a Mosul, in Iraq, nel 2017.

Tornando all’attentato di Saint-Étienne-du-Rouvray, ciò che quindi colpisce è il fatto che non si sia trattato né dell’azione di due lupi solitari o balordi, né di qualcosa di improvvisato o – come vorrebbe una certa vulgata buonista – dettato da povertà, ignoranza e, in definitiva, non consapevolezza del gesto. L’intera operazione, come si diceva, è invece stata l’esito di una pianificazione accurata, organizzata, frutto di un lavoro strutturato in giorni e giorni di programmazioni.

Tutto questo, evidentemente, alimenta un’amara quanto inevitabile considerazione: se solo Kermiche e Petitjean fossero stati intercettati – o anche solo seguiti in quelle settimane dell’estate del 2016 -, con ogni probabilità si sarebbe potuto evitare il martirio di padre Hamel. Una morte atroce a seguito della quale, giova ricordarlo, l’arcidiocesi di Rouen – dopo che il Santo padre ha concesso di anticipare il tradizionale periodo di attesa di cinque anni – ha ufficialmente avviato un’inchiesta sulla beatificazione dell’anziano sacerdote, atrocemente ucciso proprio in quanto sacerdote.

Del resto, è stato proprio papa Francesco, indicando in modo chiaro la strada ecclesiale da seguire, a definire padre Hamel un martire, affermando che «uccidere in nome di Dio è satanico». A ciò si può aggiungere che in tanti, sconvolti dalla notizia di quell’anziano sacerdote francese sull’altare della sua chiesa, videro quell’attentato come la plastica e profetica sintesi del declino di un’Europa invecchiata e vulnerabile, che non sa proteggersi dalla furia del terrorismo islamista che la vuole annientare dalle fondamenta. Per un curioso paradosso, l’Europa e la Francia che non hanno saputo proteggere padre Hamel, un domani non molto lontano, potrebbero però trovarsi ad invocare la sua celeste protezione. In quel caso non servirà Telegram, ma solo il coraggio di pregare.


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