martedì 21 maggio 2024
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Primo maggio e lavoro. Quello che oggi non sentirete.
NEWS 1 Maggio 2024    di Raffaella Frullone

Primo maggio e lavoro. Quello che oggi non sentirete.

Primo maggio festa dei lavoratori. Oggi sentiremo molto parlare di lavoro, di diritti, di sindacati, di sgravi, di contratti, di concertone. Ma forse viviamo in un tempo in cui anche il concetto stesso di lavoro deve essere rimesso a fuoco. Abbiamo quindi chiesto un aiuto allo psicologo Roberto Marchesini. Firma del Timone, autore del volume Mio Dio che Ansia! nonché grande osservatore della realtà.

Dottor Marchesini, non si è forse un po’ perso il senso stesso del lavoro?

Sono d’accordissimo. Ho l’impressione che, nella testa di molti italiani, la retribuzione sia una specie di «reddito di cittadinanza» legato in qualche modo al titolo di studio e completamente avulso dal lavoro; e che il lavoro sia, invece, una attività finalizzata al divertimento, alla socializzazione e alla realizzazione personale. Ho l’impressione che sia andato perduto il legame tra lavoro e retribuzione e tra lavoro e civiltà.

Quante persone si rivolgono a lei per questioni lavorative? Quali sono le frustrazioni principali?

Il mio è un osservatorio limitato, ma mi pare di poter dire che siano in forte aumento i casi di burn out lavorativo. La causa, sempre a mio modesto parere, non risiede nel super lavoro (problema che, comunque, esiste realmente) quanto nelle aspettative che la gente ripone nel lavoro e che sono destinate a restare disattese. La principale di queste aspettative, come scrivevo poco sopra, è che il lavoro sia una attività nel quale soddisfare i propri bisogni personali, ad esempio il riconoscimento del proprio valore, l’espressione delle proprie capacità, il raggiungimento di un elevato status sociale ed economico. Bisognerebbe ricordarsi ciò che scriveva secoli fa san Tommaso d’Aquino: il lavoro (manuale) ha quattro scopi il primo dei quali è il sostentamento; gli altri sono combattere l’ozio, frenare la concupiscenza (mortificando il corpo), avere di che fare l’elemosina (S.Th. II-II, q. 187, a. 3). Per giustificare  posizione, san Tommaso utilizza il noto versetto Gn3, 19 («Nel sudore del tuo viso mangerai il tuo pane»), ma anche il Salmo 127: «Mangerai i frutti delle tue fatiche» (127, 2). Non parla di soddisfazione personale, gratificazione, realizzazione. Forse perché san Tommaso sapeva che non ci si realizza nel lavoro, ma amando. Invece, spesso, trascuriamo le relazioni (persino quelle familiari) per inseguire una irraggiungibile realizzazione personale nel lavoro.

Mi par di capire che non ci abbiamo granché guadagnato…

Io non ho dubbi: ci abbiamo perso. Ci siamo ridotti a criceti che corrono senza fine in una ruota inseguendo una carota (la realizzazione personale) che non raggiungeremo mai; almeno fino a quando non scenderemo dalla ruota e ricominceremo ad avere una vita fatta di relazioni, interessi e spiritualità.

Cosa chiederebbe se per un giorno potesse sedere al tavolo sindacale?

Chiederei il rispetto della Costituzione più bella del mondo, in particolare del suo articolo 36, nel quale si stabilisce che «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione […] in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa»; il che è esattamente  quanto afferma la Dottrina sociale della Chiesa quando prevede che il lavoratore che il lavoratore riceva «un salario sufficiente a mantenere sé stesso e la sua famiglia in una certa quale agiatezza» (Rerum Novarum, § 35). Chiederei anche il rispetto dell’articolo 47: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme». E proporrei alcuni strumenti per garantire questi obiettivi: Innanzitutto il rigetto del NAWRU, che impone un elevato livello di disoccupazione (teoricamente, per proteggerci dall’inflazione) che pone il lavoratore in una situazione di enorme debolezza di fronte al datore di lavoro; poi il rigetto di tutte le politiche recessive messe in atto dall’UE per il nostro bene; in seguito il ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, abolito dagli eredi del PCI; inoltre il divieto di lavori a chiamata; il ripristino della «scala mobile»; e poi la nazionalizzazione di una azienda fornitrice di energia (gas ed elettricità) e il ripristino del Servizio di Maggior Tutela. E, infine, il rispetto dell’articolo 1 della Costituzione che tutto il mondo ci invidia: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo». Tutto qui.

 


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