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NEWS 26 gennaio 2021    di Raffaella Frullone

Pubblicizzare l’utero in affitto è reato, ma nessuno se ne occupa

C’è una pagina Facebook, c’è una pagina Instagram, Twitter, c’è anche un canale su TikTok oltre quello su YouTube. E naturalmente c’è un sito il cui nome è semplicemente un programma, uteroinaffitto.com. Sono tutti di proprietà di Biotexcom, l’agenzia con sede in Ucraina che realizza il processo di cosiddetta “maternità surrogata” per coppie formate da persone dello stesso sesso o di sesso diverso, purché naturalmente paganti. Ma se in Ucraina la pratica è legale, in Italia non è così, l’utero in affitto è vietato. Ma allora come è possibile che ci sia alla luce del sole on line la pubblicità di questi “servizi”? Ne abbiamo parlato con Giacomo Rocchi, consigliere presso la Corte di Cassazione.

«La norma penale (art. 12, comma 6 legge 40 del 2004) punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 euro a 1 milione di euro “chiunque, in qualsiasi forma, pubblicizza la surrogazione di maternità”.  Stiamo dunque parlando di una condotta molto specifica, la pubblicizzazione della maternità surrogata».

… che però avviene in Ucraina, dove questa pratica è legale, cambia qualcosa?
«La condotta vietata, quella di cui stiamo parlando, non è la pratica dell’utero in affitto, ma la sua pubblicizzazione. Dove avviene questo reato? La pubblicizzazione è una condotta che presuppone un rapporto tra chi fa pubblicità e chi riceve pubblicità, da questo punto di vista la condotta non si consuma nel momento stesso in cui viene messa in atto, ma  nel momento in cui colui al quale è diretta la pubblicità la riceve. Quindi se la stessa viene realizzata in siti visibili al pubblico italiano e magari appunto nella stessa lingua italiana, evidentemente il reato si consuma in Italia. A questo proposito si veda la sentenza 4741 del 2000 della Cassazione che dice: «Il giudice italiano è competente a conoscere della diffamazione compiuta mediante l’inserimento nella rete telematica (internet) di frasi offensive e/o immagini denigratorie, anche nel caso in cui il sito web sia stato registrato all’estero e purché l’offesa sia stata percepita da più fruitori che si trovino in Italia; invero, in quanto reato di evento, la diffamazione si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono la espressione ingiuriosa»

E il fatto che la pubblicità corra sul web, incide in qualche modo affievolendo la responsabilità di Biotexcom?
«No, la legge prevede che chiunque ed in qualsiasi forma pubblicizza viene punito, compreso internet e comprese le forme di pubblicità che verranno un domani. Ma per capirlo basta pensare ai reati di diffusione della pedopornografia online, molti di questi vengono fatti da siti realizzati all’estero, ma si consumano nel luogo in cui questo materiale pedopornografico viene fruito. Un’altra sentenza significativa della Cassazione, la 33179 del 2013 dice: “Il giudice italiano è competente a conoscere della fattispecie di organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi , quando le attività associative, pur esercitate attraverso un blog collegato a un sito internet registrato all’estero, siano volte a promuovere attività da svolgersi in Italia. (Nel caso di specie l’associazione era finalizzata a fare proselitismo tra gli utenti italiani del sito e ad istigare atti dimostrativi a impronta razzista nel territorio italiano)”».

Quindi siamo di fatto di fronte ad un’attività illecita commessa nel nostro paese, e i giudici italiani sono competenti. Ha senso segnalare queste pubblicità alla Polizia Postale?
«Certo, la Polizia Postale è quella specializzata sui reati commessi in rete, e li segnala poi alla Procura della Repubblica»

Si legge sul sito di Biotexcom: «L’Italia è uno dei paesi le cui le leggi proibiscono severamente la maternità surrogata. Ma la gestazione dei bambini da parte di una madre surrogata è così richiesto oggi che gli italiani non potevano stare alla larga. Le coppie sterili in Italia trovano una soluzione in Ucraina, alla clinica “BioTexCom”, dove l’uso della PMA è legale. Nonostante il fatto che l’Italia sia contraria a tali programmi, gli abitanti del paese si recano massicciamente in Ucraina e tornano a casa senza problemi con un figlio nato da una madre surrogata ucraina»

Forse è il momento che qualcuno applichi la legge e affermi che nel nostro Paese un figlio non è un diritto, meno che meno un prodotto.


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