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Quando la “buona morte” non ha nulla di buono
NEWS 10 Febbraio 2022    di Carlo Caffarra

Quando la “buona morte” non ha nulla di buono

Mentre la legge sull’eutanasia legale riprende il suo iter dalla Camera di Montecitorio, e papa Francesco ha ricordato ieri che “va sempre privilegiato il diritto alla cura e alla cura per tutti, affinché i più deboli, in particolare gli anziani e i malati, non siano mai scartati”, pubblichiamo stralci di un’intervento del cardinale Carlo Caffarra (1938-2017) al Convegno del SAV Ferrara, Sala Estense 4 febbraio 2001.

«[…] Mi limito a parlare esclusivamente di eutanasia intesa nel senso preciso di “un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore” [lett. Enc. Evangelium vitae 65,1].

Nei confronti di questa condotta umana mi pongo le seguenti due domande: perché l’eutanasia è andata sempre più legittimandosi e perfino nobilitandosi nella coscienza morale degli uomini del nostro occidente e nell’ethos delle comunità civili occidentali? Che cosa pensare e fare di fronte a questa legittimazione?

Facendo una rapida rassegna degli argomenti portati a favore dell’eutanasia, possiamo agevolmente ridurli ad uno solo: esistono condizioni nelle quali continuare a vivere non è più un bene e quindi non ha più senso: ma nessuno può essere obbligato a vivere una vita in-sensata poiché è inumana; dunque non essendoci più il dovere di vivere, ho il diritto di morire [uccidendomi da solo o chiedendo ad altri di farlo, è secondario].

Quest’argomentazione dona molta materia di riflessione. Essa dimostra che in occidente si è demolita la verità cristiana della morte. La mia posizione cioè è la seguente […]: la legittimazione e nobilitazione dell’eutanasia è stata possibile perché è andato progressivamente de-costruendosi l’idea cristiana di morte. Questa demolizione o de-costruzione è sostanzialmente consistita nella spersonalizzazione della morte.

La radice di questa spersonalizzazione è da situarsi, mi sembra, nella progressiva negazione della dimensione storica della morte, la cui affermazione costituisce invece il punto di partenza della visione cristiana della morte. La morte è divenuta sempre più un evento naturale di fronte alla quale, come di fronte ad ogni evento naturale, o si impreca nella propria impotenza o si cerca di assoggettarla alla propria decisione libera.

[…] Esistono tante pene e miserie umane. Molti di noi ne hanno conosciute tante, anche in proprio, o da vicino. Si parla spesso perfino di vite sprecate. Ma in realtà quale è la vera “qualità” della vita umana? Che cosa significa una esistenza umana in quanto umana? È la capacità dell’uomo di diventare, con una decisione eterna, consapevole di se stesso come spirito, come “io”, come uno che sta davanti a Dio. E questa decisione non dipende da altro che dall’io stesso. Quando si perde questa consapevolezza, la consapevolezza di se stessi posti dalle proprie elezioni davanti a Dio, l’uomo si perde nel fluire del tempo ed il criterio di valorizzazione di se stesso muta completamente: che utilità ha il mio rimanere in vita? Quale felicità posso ancora prevedere? O posso solo prevedere sofferenza? in una parola: la vita non vale davanti a Dio, ma in se stessa. Il che equivale a dire: il suo valore è un valore che può cessare, non eterno.

[…] La vicenda dell’eutanasia dimostra inequivocabilmente che la misura del valore della vita presente dipende dall’affermazione/negazione del destino eterno di ogni persona umana. In ultima analisi: dall’essere l’uomo un “io” chiamato a pronunciarsi davanti a Dio. Kierkegaard aveva acutamente osservato che la coscienza della propria grandezza dipende dal “davanti a chi/che cosa” l’affermo. È davanti a Dio che l’uomo è chiamato a prendere posizione. Di qui deriva che la costruzione di una “cultura della vita” trova la sua fondazione ultima nell’aiutare ogni uomo a prendere coscienza di questa sua vocazione. […] È in sostanza il compito essenziale della Chiesa: annunciare il Vangelo della vita eterna.

[…] Il secondo compito legato strettamente al primo è di far maturare un forte senso critico [cfr. Rom 12,1-4] nei confronti di una cultura della morte e della negazione della libertà. Si connette a questo l’impegno educativo delle giovani generazioni per farle uscire da quel “deserto di senso” nel quale attribuire un valore eterno alla vita di ciascuno diventa impensabile: che valore avrebbe infatti una vita umana che comincia per caso, non ha nessuna meta finale ed è il frutto di casuali coincidenze? Fin che è piacevole o fin che ha una prudente previsione di un futuro temporale migliore, è vivibile; altrimenti non ha più alcun valore.

Ma venendo al problema specifico nostro, non si deve ami dimenticare che la vera soluzione al problema dell’eutanasia è un altro. “La domanda che sgorga dal cuore dell’uomo nel confronto supremo con la sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà e di sostegno nella prova. È richiesta di aiuto per continuare a sperare, quando tutte le speranze umane vengono meno”. [Lett. Enc. Evangelium vitae 67,1]. È questa una prospettiva che deve ispirare ogni politica sanitaria».


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