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NEWS 10 aprile 2017    

Quante volte ci siamo sentiti chiedere perchè, se Dio è buono, permette il male? Risonde san Tommaso

da
Unione Cristiani Cattolici Razionali

 

Un Dio buono, perché permette il male? La domanda è ineludibile, scuote l’anima di tanti credenti dubbiosi e non credenti. Eppure, a chi vive una fede profonda, l’esistenza del dolore e del male, anche quello cosiddetto ingiusto o innocente, non reca scandalo, non porta obiezione. Perché?

Ne abbiamo parlato tante volte, scindendo innanzitutto il male commesso per un uso sbagliato della libertà da parte dell’uomo da quello verso il quale l’uomo non ha apparenti colpe (disastri naturali, malattie ecc.). Se nel primo caso la responsabilità è umana ed è la conseguenza del peccato originale e del dono della libertà -di fare il bene, ma anche il male- che Dio ci ha donato, nel secondo caso si può dire che, è vero, Dio permette il male. Lascia una certa libertà alla natura, consente che gli uomini malvagi sbaglino, non impedisce le ingiuste avversità della vita.

Perché? Perché da esso trae sempre, misteriosamente, un bene maggiore. Ha dimostrato di agire così nell’evento centrale della storia umana: dopo l’immensamente ingiusta passione di Gesù Cristo, Dio ha usato la croce per il bene più grande della resurrezione, della vittoria sulla morte per tutti gli uomini. Dio ha permesso la croce come condizione di un bene superiore.

Un approfondimento di questo è arrivato recentemente dal teologo padre Angelo Bellon, quando ha spiegato che non sempre siamo non responsabili del male che tocca la nostra vita: «Il male ce lo diamo da noi stessi, privandoci della sua grazia, che la sacra Scrittura presenta come scudo, come corazza, come protezione. Quando fai qualcosa di male, ti privi della benedizione divina. In questo senso nella Sacra Scrittura si legge che “chi pecca, danneggia se stesso” (Sir 19,4). Ed è per questo che Giovanni Paolo II ha detto che il peccato è sempre un atto suicida (Reconciliatio et Paenitentia 15)». Ma, a volte, ha proseguito, «anche i giusti e i santi devono passare attraverso tante tribolazioni. Ecco la motivazione che ne dà San Tommaso: “La cura circa i tralci buoni consiste nel renderli ancora più fruttuosi: ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto […], ossia perché cresca nella virtù, cosicché i suoi quanto più sono puri, tanto più portino frutti» (Commento al Vangelo di San Giovanni 15,2). Nella Bibbia, non a caso, la fede dei protagonisti viene continuamente messa alla prova da Dio, a cominciare da Mosè, da Maria (Lc 3,35, Mt 2,13-14, Lc 1,32-33) da Pietro e dagli apostoli.

Il bene maggiore che Dio ricava dal male può anche essere, insegna Tommaso d’Aquino, una fede più matura, più consistente che dona quindi maggior respiro alla vita e apre la porta della salvezza. «Le prove servono a purificare la fede», spiega padre Bellon, «se ben accolte, radicano maggiormente in Dio. Mai come in quei momenti si avverte che solo lui è il nostro Salvatore. Le prove servono a tenerci uniti a Dio, ad aprirci a Lui, a confidare solo in Lui. E in questo modo permettono a Dio di esprimere in noi la sua onnipotenza divina».

E’ un’esperienza che tutti possono sperimentare, compresi i non credenti. Abbiamo già parlato dell’ateo militante Scott Coren, che si è convertito a causa di una malattia che ha colpito sua figlia. Piuttosto che chiudersi nel dolore, ne ha cerato un senso e, trovatolo, lo ha comunicato anche a sua figlia. Ed è pieno di testimonianze di persone che, a causa della malattia, hanno visto rifiorire la loro vita quando hanno accolto la croce ed oggi, scandalosamente, guardano al male ricevuto come condizione per un bene maggiore: aver trovato il Significato della loro vita, sia nella salute che nella malattia.

Val la pena riprendere ampia parte di una bella e recente omelia di Papa Francesco, rivolta alle vittime del terremoto: «Nel mistero della sofferenza di fronte al quale il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro, Gesù ci offre l’esempio: non fugge la sofferenza, che appartiene a questa vita, ma non si fa imprigionare dal pessimismo. Da una parte c’è la precarietà della nostra vita mortale, oppressa da un male antico e oscuro. Dall’altra c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po’ di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, con l’aiuto di Dio, solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza. Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere sfiduciati a piangerci addosso per quel che succede; non cediamo alla logica inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta. Questa è “l’atmosfera del sepolcro”; il Signore desidera invece aprire la via della vita, quella dell’incontro con Lui, della fiducia in Lui, della risurrezione del cuore, la via dell’“Alzati! Alzati, vieni fuori!”. E’ questo che ci chiede il Signore, e Lui è accanto a noi per farlo».