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NEWS 6 maggio 2021    di Andrea Zambrano

Quanti soldi dalle companies americane per la causa Lgbt

Saranno anche discriminati come dicono, ma in quanto ad appoggi economici i membri della cosiddetta comunità Lgbt godono degli appoggi più in alto dell’economia. Se in Italia abbiamo Fedez e tutto il caravanserraglio di artisti e starlette, negli Stati Uniti non si va tanto per il sottile e si monetizza il più possibile. Anche perché dove c’è un interesse, c’è un possibile business. Succede così che a sostegno della legislazione federale statunitense che va sotto il nome di Equality Act abbia aderito il fior fiore delle companies più importanti del Paese.

Il fatto è che l’Equality act è anche un pesante macigno sulla libertà religiosa in un Paese, gli Stati Uniti d’America, che ha fatto di questa libertà la sua bandiera. Ne consegue che a sostenere la legislazione federale Lgbt e quindi la limitazione della libertà religiosa siano oltre 400 società americane.

Qualche nome? Eccolo, così magari anche Fedez si sentirà in buona compagnia ad essere affiancato al gotha dell’economia Usa, divisi per platinum, gold e silver a seconda, presumiamo dal gettone sganciato per la causa della campagna dei diritti umani a sostegno della legge, che ha riportato entrate per 44,6 milioni di dollari: American Airlines, Apple, Coca-Cola Company, Smirnoff, Google, Intel, Lyft, Microsoft, Nationwide, Northrop-Grumman, Pfizer, Target e UPS. Se andiamo invece alla categoria gold troviamo Capitalone, Carnival, Lexus, Nike e Nordstrom.

In tutto fanno 416 aziende che sostengono l’iniziativa legislativa e hanno la loro sede aziendale in 33 Stati americani con fatturati da capogiro, siamo sui 6,8 trilioni di dollari (comprensibile se non riuscite a quantificarlo mentalmente) e i 14,6 milioni di dipendenti totali.

Insomma, se l’antico adagio follow the money vale ancora, allora possiamo dire che dietro la campagna martellante Lgbt si nascondono interessi enormi, ancora di difficile quantificazione.

Qualcuno se n’è accorto, e per fortuna. Si tratta dei vescovi americani che in una lettera del 23 febbraio scorso hanno detto che l’Equality Act avrebbe costretto le istituzioni religiose e le persone di fede nella loro libertà. Per esempio, il disegno di legge potrebbe costringere le Chiesa ad ospitare eventi che violano le loro convinzioni

Tra l’altro: l’Equality Act aggiungerebbe l’orientamento sessuale e l’identità di genere come categorie protette dalla legge federale sui diritti civili mentre limiterebbe le rivendicazioni di libertà religiosa. Da qui la protesta della Conferenza Episcopale statunitense che ha denunciato come la legge in realtà voglia punire i gruppi religiosi che non riconoscono il “matrimonio” e le ideologie transgender.

Dal canto suo, tanto per fare un nome, l’Ibm ha elogiato il progetto come un passo positivo per l’innovazione: «Cerchiamo di assumere gli individui più talentuosi indipendentemente dalla loro identità di genere, orientamento sessuale, religione o altre caratteristiche personali. Crediamo anche che le protezioni uguali dovrebbero estendersi al di là dei quattro muri di un datore di lavoro, motivo per cui IBM sta con HRC nel sostenere la legge sull’uguaglianza».

E ancora si parla di censura…


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